Più di 20 anni fa, alla fine del secolo scorso, è partito il progetto LIFE Ursus, al quale si sono succeduti altri LIFE nel corso del tempo, allo scopo di rimpolpare l’esigua popolazione degli orsi bruni presenti nel massiccio dell’Adamello Brenta. Secondo le varie declinazioni del progetto il fine era quello non solo di ridare nuova linfa al nucleo degli orsi già presenti nel Trentino, ma di ottenere grazie alla liberazione di orsi provenienti dalla Slovenia il progressivo ripopolamento delle Alpi orientali. Le cose però sono andate diversamente dalle previsioni, per varie motivazioni, e l’unico vero successo è stato nel tempo l’incremento della popolazione degli orsi in Trentino.

La presenza degli orsi, fortemente voluta anche dalla popolazione alla fine degli anni 90, è stata però piano piano giudicata prima eccessivamente ingombrante e poi quasi incompatibile dalle varie amministrazioni della Provincia Autonoma di Trento, succedutesi negli anni, con episodi di intolleranza che hanno portato all’uccisione di alcuni esemplari e alla cattura e captivazione permanente di altri.

L’orso prigioniero più famoso d’Italia è M49, soprannominato Papillon dall’ex ministro dell’Ambiente Sergio Costa, a seguito delle sue rocambolesche fughe dal centro dove è detenuto. L’orso, reo di essersi più volte avvicinato agli insediamenti umani, era stato catturato la prima volta nell’estate del 2019 e portato nel centro di Casteller, dove da tempo era stata allestita una struttura, divenuta “famigerata”, nata per la detenzione temporanea degli orsi in caso di incidenti o feriti e divenuta, nel corso del tempo, una prigione ben preso conosciuta come la “Guantanamo degli orsi”, nel ricordo del centro di detenzione americano usato ai tempi della guerra del golfo.

Da questa prigione M49 fuggì per ben due volte, nonostante i recinti elettrificati, divenendo così una sorta di leggenda che ha fatto il giro del mondo. Ma dall’ultima cattura M49, nel 2020, a causa anche dei trattamenti farmacologici e al rafforzamento delle strutture di contenzione, l’orso resta prigioniero nel centro dove, al momento, rimane l’unico ospite dopo il trasferimento degli altri due prigionieri, l’orsa Dj3 e l’orso M57, verso strutture assimilabili a zoo in altri paesi europei, con il fine apparente di migliorare condizioni di vita giudicate inaccettabili.

Il centro di Casteller è stato oggetto di diverse inchieste giornalistiche che sono rimbalzate in tutto il mondo, proprio per le pessime condizioni di vita garantite agli ospiti, diventando oggetto anche di ripetute indagini dei Carabinieri Forestali che, nonostante evidenziassero gravi sofferenze degli animali, sono rimaste ferme nei cassetti della Procura di Trento.

La vicenda di M49 era stata preceduta dalla morte di altri orsi, la più famosa fu Daniza che restò uccisa durante le operazioni di cattura, e da una costante successione di azioni giudiziarie promosse dalle associazioni protezionistiche per contrastare lo strapotere dell’amministrazione trentina, che ha sempre caldeggiato la possibilità.

Per ricostruire l’intera vicenda degli orsi trentini dal 2000 ad oggi non basterebbe un libro, per raccontare di soldi pubblici spesi male, di una certa arroganza nelle decisioni e di un costante auspicato ricorso ai fucili.

Quello che appare importante mantenere acceso è il riflettore sull’orso M49, che viene costretto a condurre una vita incompatibile con il termine di “benessere animale”, complicato dal fatto che si tratti di un plantigrado: un animale esploratore, abituato a percorrere grandi distanze e con ritmi naturali difficili da replicare in cattività. Su questi ergastoli dati agli animali selvatici definiti “confidenti” o “problematici” bisognerebbe venisse costituito un comitato etico, perché la vita in cattività potrebbe essere peggio della morte e sarebbe opportuno prendere vie compatibili davvero con il benessere animale, fatte secondo scienza e coscienza e non secondo convenienza, come troppo spesso accade.

La seconda questione è raccontare perché questa reintroduzione di orsi in Trentino sia stata, paradossalmente, un successo fallimentare, peraltro annunciato. Il Trentino è una regione fortemente antropizzata, ricca di infrastrutture e di insediamenti urbani che vanno dalle valli di pianura sino alla montagna, con una frammentazione altissima che rende difficile lo spostamento della fauna, in assenza di corridoi naturalistici che agevolino la libera circolazione dei selvatici. Con una propensione all’agricoltura estensiva e agli allevamenti al pascolo che creano le condizioni ideali per l’avvicinamento degli orsi agli insediamenti urbani, ma anche dei lupi, specie in assenza di comportamenti virtuosi nella gestione dei rifiuti, che rappresentano, unitamente alle attività di foraggiamento dei cacciatori, una delle motivazioni di maggior attrazione per gli animali selvatici.

Un’ultima ma non secondaria questione è la scarsa informazione e educazione ambientale realizzata ad hoc per stimolare la convivenza pacifica fra uomini e animali: ancora non si è ben compreso quanto questa sia indispensabile per l’equilibrio ambientale e per la salute umana. Sicuramente messa maggiormente in pericolo da un uso estensivo dei pesticidi nelle coltivazioni piuttosto che dal pericolo costituito dai predatori. Questo ha fatto sì che il successo riproduttivo degli orsi si trasformasse da fattore atteso a problema irrisolto, come peraltro era prevedibile per le motivazioni indicate in precedenza. Che rendono difficili gli spostamenti naturali dei plantigradi, ma anche per la filopatria delle femmine, che hanno difficoltà ad abbandonare i luoghi di nascita. Un cocktail che ha reso difficile la convivenza, rendendo gli orsi un problema per la popolazione, che non apprezza i benefici dell’ecoturismo.

La recente morte dell’orsa F43, rimasta uccisa durante le operazioni di sostituzione del radiocollare ha nuovamente fatto deflagrare il problema “orsi”, con gli animalisti che hanno inondato i social di proteste per questa morte, mentre le associazioni minacciano denunce. Quello che è sicuro, in tutta questa vicenda, è che la giovane orsa era stata munita di radiocollare in quanto definita “problematica” a causa dei suoi avvicinamenti agli insediamenti umani. In cerca di rifiuti mal gestiti, come quasi sempre accade, e per questo sottoposta a sorveglianza.

Il vero problema però siamo noi umani che invadiamo i territori degli animali e non pensiamo alle loro esigenze minime prima di pianificare l’insediamento delle nostre attività, incapaci persino di gestire gli scarti che derivano dalla nostra presenza. Animali, noi, davvero molto poco sapiens e purtroppo la storia degli orsi trentini non si concluderà con questa ennesima morte.