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Wendy, Luna, Canada, Kreole: sono alcuni dei cani da soccorso che hanno lavorato tra le peggiori tragedie della storia italiana recente, dal terremoto di Amatrice al crollo del ponte Morandi di Genova, e che oggi non ci sono più. Sono morti, alcuni a non più di 7 anni d'età e secondo il sindacato dei vigili del fuoco Usb la causa andrebbe ricercata anche nell’esposizione alle polveri sottili e cancerogene – amianto in primis – che avrebbero respirato proprio durante i soccorsi.

L’Usb ha recentemente presentato un’integrazione all’esposto del 2018 in cui chiedevano venisse fatta chiarezza sulle modalità con cui i Vigili del Fuoco hanno operato nelle due settimane successive al crollo del colosso di Riccardo Morandi, in cui persero la vita 43 persone. La preoccupazione riguarda in particolare la possibilità che i soccorritori siano stati esposti in modo prolungato a sostanze tossiche e cancerogene, come per esempio l'amianto, e che in futuro possano sopraggiungere malattie anche molto gravi: da qui la richiesta di avviare un percorso di prevenzione e tutela sanitaria per chi lavora in situazioni così pericolose per salvare vite.

Nell’integrazione presentata alla procura di Genova il sindacato ha deciso di allargare il raggio di azione, chiedendo di avviare un percorso simile anche per i cani che fanno parte delle unità cinofile: «La moria di alcuni – si legge nell'esposto – e le malattie contratte dopo l’intervento del ponte Morandi non si possono tralasciare come casuali».

«Tra i cani intervenuti per il crollo del ponte Morandi mortalità più alta»

La genesi dell’integrazione è spiegata da Stefano Giordano, portavoce del coordinamento nazionale Usb Vigili del Fuoco: «Abbiamo effettuato nell’ultimo anno un monitoraggio, riscontrando che su sessanta cani da soccorso che sono intervenuti sul sito del crollo del ponte Morandi una decina sono morti, una percentuale molto alta – spiega a Kodami – Ovviamente a oggi è impossibile accertare le effettive cause della morte: è ormai troppo tardi e siamo ben consapevoli che i cani che lavorano nel nucleo cinofilo hanno un’aspettativa di vita più bassa per la natura stessa del lavoro che svolgono. Non possiamo però evitare di sollevare la questione, anche per chiedere alla procura di prendere in considerazione l’ipotesi che loro, proprio come gli umani, abbiano operato in condizioni rischiose per la loro salute».

Giordano prosegue spiegando che la presenza di amianto nel ponte Morandi è stata ormai confermata e certificata da diversi esperti, e ricorda che «nei primo 15 giorni di intervento dopo il crollo il sito era delimitato come zona rossa, ma gli operatori di soccorso hanno continuato a scavare senza avere adeguati strumenti di protezione come per esempio mascherine o altri dispositivi, e ciò che indossavano sul luogo del disastro veniva riportato in caserma o nella palestra adibita a dormitorio senza essere sottoposto a procedura di decontaminazione».

La richiesta di un protocollo di prevenzione sanitaria: «I cani sono colleghi a tutti gli effetti»

I cani da soccorso hanno inevitabilmente inalato le polveri prodotte della macerie, che si sono posati anche sul loro manto e che potrebbero essere state assorbite anche in questo modo, attraverso il pelo e la cute, riflette ancora Giordano: «Va ricordato anche che sul luogo del crollo ai tempi erano presenti soltanto veterinari che, a titolo volontario, praticavano ogni tanto lavaggi nasali e oculari ai cani e li medicavano in caso di ferite. Abbiamo deciso di integrare l’esposto del 2018 perché anche se oggi è impossibile stabilire quanti cani siano morti a causa di esposizione a sostanze dannose e altrettanto impossibile è capire se le patologie di cui sono morti sono correlati a questa esposizione, la mortalità però è indubbiamente più alta: in poco più di tre anni sono una decina. Vogliamo dare la possibilità al pm di riflettere anche su questo».

L’integrazione è stata firmata dai responsabili dell’Unità Cinofila Regione Umbria e dei comandi principali di Livorno e Savona: «Chiediamo sia per i colleghi umani sia per quelli animali che venga attivato un percorso di prevenzione sanitaria che consenta loro di operare in sicurezza, con procedure di decontaminazione quanto necessarie e attrezzatura adeguata – sottolinea Giordano – I cani sono colleghi a tutti gli effetti, indispensabili per le nostre attività, e sono ancora più in difficoltà perché non possono dare voce a sofferenza, malessere o dolore. Anche per loro deve essere previsto un percorso di prevenzione. Sul sito del crollo del Morandi non sono stati effettuati monitoraggi della qualità dell’aria e delle polverai sottili se non dopo 15 giorni dopo la tragedia, e i colleghi che hanno operato, sia umani sia cani, sono sicuramente stati esposti all’amianto presente nell’agglomerato cementizio del viadotto».

«L'obiettivo dell'esposto non è un ritorno economico. Vorremmo che il pubblico ministero analizzasse l’esposto da ogni punto di vista – conclude Giordano – e dia mandato per attivare queste procedure sanitarie di prevenzione e per garantire screening periodici ai colleghi che hanno operato».

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