Un team internazionale di scienziati ha fatto ascoltare alcuni suoni a dei topi per identificare i meccanismi neurali attraverso i quali il suono attenua il dolore, scoprendo che qualsiasi suono emesso a bassa intensità può alleviare il dolore.

«La musica è la miglior medicina dell'anima», diceva una famosa frase attribuita a Platone, filosofo greco ignaro che secoli dopo alcuni scienziati avrebbero scoperto le basi scientifiche di questo suo aforisma. Lo studio, infatti, potrebbe fornire ulteriori informazioni per sviluppare metodi più sicuri per trattare il dolore. La ricerca è stata condotta dai ricercatori dell'americano National Institute of Dental and Craniofacial Research (NIDCR) in collaborazione con molti altri centri internazionali e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science.

I primi studi su come la musica e i suoni in generale possano aiutare ad alleviare il dolore risalgono agli anni 60, con lo scopo di applicare i risultati delle scoperte principalmente nel trattamento del dolore dovuto alla chirurgia dentale e medica, al dolore del travaglio, del parto e al cancro. Che il suono allevi il dolore, dunque, non è una novità, tuttavia, non è mai stato chiaro quali fossero i principali meccanismi d'azione neurali fino ad oggi.

I ricercatori del National Institute of Dental and Craniofacial Research hanno prima esposto dei topi con infiammazione alle zampe a tre tipi di suono: un piacevole brano di musica classica, uno sgradevole riarrangiamento dello stesso pezzo e rumore bianco, caratterizzato dall'assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante, simile al rumore statico che è possibile ascoltare nelle vecchie televisioni a tubo catodico non sintonizzate.

Innanzitutto, la ricerca ha confermato ciò che in letteratura era già noto: i suoni alleviano il dolore nei  roditori, dunque questa non è la cosa più sorprendente. A rendere increduli i ricercatori è il fatto che tutti e tre i tipi di suono, quando emessi a bassa intensità, quasi al livello di un sussurro, hanno ridotto la sensibilità al dolore nei topi, mentre gli stessi suoni, emessi ad intensità più alta, non hanno sortito lo stesso effetto.

Questa scoperta non ha fatto altro che accendere ancor di più la curiosità dei ricercatori che hanno esplorato i circuiti neurali alla base di questo effetto analgesico. Per farlo hanno usato una tecnica molto diffusa nei laboratori di microbiologia e fisiologia: dei virus non infettivi accoppiati con delle proteine fluorescenti che, entrati in contatti con le vie neurali attivate dai suoni a bassa intensità, hanno dipinto una rete di connessioni fra le regioni del cervello come fosse una psichedelica ragnatela fluorescente.

Così facendo hanno identificato un percorso che parte dalla corteccia uditiva, la parte del cervello che riceve ed elabora le informazioni sul suono, fino al talamo, che funge come una sorta di stazione di ricevimento per i segnali sensoriali, compreso il dolore. Ascoltando i suoni a bassa intensità, i segnali vengono trasmessi direttamente al talamo, e l'esperimento ha fornito così una chiara fotografia della meccanica fisiologica.

Rimangono ancora in dubbio i meccanismi molecolari e, soprattutto, le domande che, a questo punto, molti di noi si stanno facendo: è presente la stessa via neurale anche nell'uomo? Quali potranno essere le possibili applicazioni di questa scoperta?

Gli studiosi affermano che non è ancora chiaro se simili processi cerebrali siano coinvolti anche negli esseri umani, o se altre caratteristiche del suono, come la sua armonia o la piacevolezza all'ascolto, siano importanti per il sollievo del dolore umano.

Riguardo al possibile utilizzo di tali scoperte in ambiti medico, questa ricerca aggiunge un ulteriore tassello agli studi che propongono alternative valide e sicure per il trattamento del dolore che vadano a sostituire, almeno parzialmente, i potenti farmaci analgesici come gli oppioidi. Questi possiedono importanti effetti collaterali e, soprattutto, se usati in misura maggiore al consentito, possono anche provocare assuefazione.

Ci vorrà ancora del tempo, dunque, prima di riuscire a vedere un dentista che, invece di anestetizzare un paziente, mette su un bel brano di Beethoven o l'ultima dei Måneskin.