Rory Young, uno dei tre europei uccisi in Burkina Faso in un frame da un video della sua associazione Chengeta Wildlife (credits@ChengetaWildlife)
in foto: Rory Young, uno dei tre europei uccisi in Burkina Faso in un frame da un video della sua associazione Chengeta Wildlife (credits@ChengetaWildlife)

Sono stati “giustiziati” da un gruppo di jihadisti armati i tre europei, due spagnoli e un irlandese, rapiti lunedì in Burkina Faso, poverissimo paese africano, poco più di 270 mila chilometri quadrati abitati da circa 20 milioni di abitanti (età media 17 anni). I due giornalisti televisivi David Beriáin e Roberto Fraile e l’attivista Rory Young erano in Africa per girare un documentario sul bracconaggio e proprio per questo si erano spinti «nella provincia di Fada N'gourma, una delle più vaste del Burkina, nella zona di Pama, verso il confine col Benin e ai margini di una ampia riserva naturale» secondo quanto riportato da un comunicato del ministero della Comunicazione del paese africano fornendo una scarna ricostruzione dell’accaduto: «verso le 9 un attacco condotto da individui armati ha preso di mira un convoglio misto costituito da elementi locali delle Forze di difesa e sicurezza (Fds) ed espatriati sull'asse Fada N'Gourma-Pama nella regione dell’est». Secondo Reporter Senza Frontiere, i tre sono «sono stati uccisi mentre preparavano uno dei loro grandi reportage sulla preservazione della natura», come hanno scritto in un tweet sull’accaduto.

David Beriáin e Roberto Fraile, reporter abituati alle zone “calde” del mondo

David Beriáin e Roberto Fraile erano due reporter specializzati in situazioni a rischio. Zone di guerra in giro per il mondo, dall’Afghanistan alla Libia, fino alla Siria, dove Fraile era stato colpito da una scheggia. Beriáin invece era conosciuto come l’autore del programma televisivo “Clandestino” prodotto dalla casa di produzione di cui era proprietario insieme alla moglie a Madrid. Il programma, trasmesso anche in Italia, gli aveva procurato alcuni problemi per un reportage del 2009 sulla ‘ndrangheta per il quale la Procura di Milano lo stava indagando come autore di un “falso”  giornalistico: secondo le accuse sarebbe stato indotto ad utilizzare nella sua indagine attori al posto di ‘ndraghetisti. Ma era stimatissimo dai suoi colleghi. «David credeva in una semplice regola, lavorare per portare alle persone ciò che altrimenti non vedrebbero. Si fa il reporter per questo per nessun’altra ragione», ha scritto oggi Roberto Saviano sul Corriere della Sera. Roberto Fraile era stato a lungo cameraman di una televisione spagnola di Salamanca, per la quale aveva seguito la disfatta di Aleppo in Siria e proprio in questa occasione era stato ferito da una scheggia. Entrambi, secondo il Ministro degli Esteri spagnolo, stavano lavorando ad un documentario sul bracconaggio.

Rory Young e la sua Chengeta Wildlife

L’esperto in materia che li accompagnava era l’irlandese Rory Young, co-fondatore della Chengeta Wildlife, un’associazione nata per «sviluppare soluzioni sostenibili per proteggere l'integrità di importanti ecosistemi naturali, popolazioni di animali selvatici e comunità umane che dipendono da loro». Young era di fatto un istruttore di ranger. Metteva a disposizione delle giovani leve che volevano lavorare nel campo dell’anti bracconaggio le sue approfondite conoscenze di logistica, anche a livello militare. Autore di “A Field Manual for Anti-Bracconaggio”, Young insegnava tattiche militari, uso dei droni, addestramento di cani specializzati nel ritrovamento di avorio e di armi: tutto finalizzato alla lotta ai bracconieri e alla loro distruzione del territorio africano. Chengeta Wildlife infatti aveva firmato un accordo di partnership con il WWF della Repubblica Centrafricana per fornire formazione, tutoraggio e altra assistenza ai ranger di Dzanga-Sangha, nel sud-ovest del paese, dove sussiste un importante gruppo di parchi, riserve e foreste che fa parte del sito del patrimonio mondiale dell'UNESCO del Sangha Trinational e ospita molte specie in via di estinzione come l'elefante della foresta, il gorilla di pianura occidentale e diverse specie in grave pericolo tra cui il pangolino.

Dove stavano andando?

Da quanto risulta il convoglio su cui viaggiano i due giornalisti era diretto nell’area di Pama dove si trova il parco nazionale di Arli, dal 2017 inserito nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO insieme al Parco nazionale del Pendjari del Benin. Il parco nazionale di Arli si estende su 760 chilometri e comprende tutta un'intera varietà di habitat, dalle foreste a galleria lungo i fiumi Arli e Pendjari fino alle savane alberate e alle colline di arenaria della falesia di Gobnangou. Si stima che al suo interno vivano circa 200 elefanti, 200 ippopotami e 100 leoni, oltre ad altre specie come bufali, babbuini, facoceri, cinghiali e varie antilopi.

Bracconaggio in Africa: elefanti sempre in pericolo

Una ricerca pubblicata su Scientific Reports   e condotta da Elephants Without Borders (Ewb), un'organizzazione benefica dedita alla conservazione della fauna selvatica e delle risorse naturali, nel 2020 ha fotografato l’attuale situazione dello sterminio degli elefanti africani. Secondo la ricerca dal 2011 a oggi, il bracconaggio degli elefanti africani per l'avorio delle loro zanne non è calato, nonostante le leggi più rigide e i controlli ambientali. «In tutta l'Africa, un'ondata di bracconaggio di elefanti per l'avorio è iniziata intorno al 2005 – spiega Ewb citando lo studio realizzato in collaborazione con i ricercatori dell'Università di Washington e col gruppo Amboseli Trust for Elephants. – Alcuni studi recenti hanno suggerito che il bracconaggio ha raggiunto il picco nel 2011 e da allora è in calo. In questo nuovo studio, i ricercatori hanno applicato una nuova tecnica statistica per analizzare i dati sul bracconaggio dal programma Monitoraggio dell'uccisione illegale di elefanti (MIKE). Per regione, gli autori hanno scoperto che il bracconaggio di elefanti è diminuito solo nell'Africa orientale negli ultimi anni. Nell'Africa occidentale, centrale e meridionale, il bracconaggio è rimasto sostanzialmente invariato dal 2011».

Giornalisti ancora in pericolo: 33 uccisi dal 2016

«Le condizioni di sicurezza per giornalisti e media che operano nel Sahel (la fascia di territorio sub sahariano che attraversa tutta l’Africa da est a ovest n.d.r.) non sono migliorate dagli omicidi del 2013 di Ghislaine Dupont e Claude Verlon, due giornalisti francesi che lavorano per Radio France Internationale – commenta Reporter Senza Frontiere. –  Molte parti del Mali, Burkina Faso e Niger sono di difficile accesso e i giornalisti che ci provano sono esposti a un grande pericolo. Lo stesso vale per i giornalisti nella Repubblica Centrafricana (RCA), dove vaste aree del paese non sono sotto il controllo del governo. Poco dopo essere arrivati in RCA nel luglio 2018 per indagare sulla presenza di mercenari russi, i giornalisti russi Orkhan Dzhemal , Kirill Radchenko e Alexander Rastorguyev sono stati assassinati in circostanze così oscure che RSF ha chiesto un'inchiesta internazionale indipendente sulle loro morti. Secondo l'ultimo World Press Freedom Index, pubblicato il 20 aprile, l'Africa continua a essere l'area più pericolosa del mondo per i giornalisti. Le due morti di ieri portano a 33 il numero di giornalisti uccisi in Africa dal 2016, e a tre dall'inizio dell'anno».