Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si svolgerà a Glasgow a dicembre, non tratta il problema degli allevamenti intensivi, pur essendo una delle cause dell’inquinamento e di conseguenza dell’emergenza climatica. 

Il tema non è in agenda e le associazioni ambientaliste e animaliste non intendono far passare in silenzio questo aspetto perché dimenticare di prendere in considerazione l'attuale gestione dell’industria agroalimentare rischia di rendere inutile qualsiasi altro intervento per fermare i danni già ampiamente fatti.

L’obiettivo delle associazioni è quello di richiamare l’attenzione su questa grave mancanza e di riportare il tema al centro della discussione. La Lav, la Lega Antivivisezione, per favorire un cambiamento e un modello di produzione e di consumo sia sostenibile che etico, ha chiesto al Ministero delle Finanze di creare un Fondo per la transizione alimentare, basato su un prelievo economico per ogni animale allevato e di effettuare l'abbassamento dell'IVA al 4% per tutti gli alimenti di origine vegetale e l'innalzamento al 22% per tutti i prodotti di origine animale.

Da Moby a Phoenix: «Bloccate gli allevamenti animali»

Non è solo l'Italia ad accorgersi di questa incomprensibile mancanza in un vertice sul clima così determinante per il nostro futuro. Anche attori e artisti celebri, tra i quali Moby e Joaquin Phoenix e molti altri ancora, sono sul piede di guerra e hanno sottoscritto la lettera dell’associazione Humane Society International indirizzata ad Alok Sharma, il presidente della Cop26, nella quale lo si esorta a riconoscere e a riportare in primo piano il problema degli allevamenti intensivi tra le principali cause del cambiamento climatico.

Il Pianeta "in gabbia”: lo studio del WWF

Secondo il Rapporto “Pianeta allevato” del WWF, lanciato a luglio, alla vigilia del pre-Vertice ONU sui sistemi alimentari, gli allevamenti intensivi da soli sono responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra, utilizzano circa il 20% delle terre emerse come pascolo e il 40% dei terreni coltivati per la produzione di mangimi.

E la filiera della carne, che utilizza gran parte delle risorse naturali, è il maggior responsabile della crisi ecologica. Per non parlare del rischio di malattie zoonotiche per il Pianeta e per la nostra stessa specie, trasmesse da animali commerciati in maniera insostenibile.

Ma a dirlo non è soltanto il WWF: il “Global Environment Outlook” (GEO-6) dell’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, considerato il principale documento di valutazione dell’ambiente globale, ha rilevato che almeno l’80% della perdita di biodiversità dipende dall’agricoltura, dimostrando come le scelte alimentari possano avere un effetto determinante sulla presenza delle altre specie e sullo stato degli ecosistemi in cui vivono.

«Il cibo prodotto con questo sistema eccessivo entrato negli ingranaggi voraci di sistemi economici e industriali globali, si è trasformato in un letale nemico di foreste, oceani, biodiversità e, non ultimo, della nostra stessa salute. La nostra stessa sopravvivenza su questo Pianeta ci pone oggi l’obbligo, prima che sia troppo tardi, di ripensare il nostro sistema alimentare globale proprio a partire dagli allevamenti intensivi», spiega nel report Isabella Pratesi, Direttore Conservazione di WWF Italia.