È un caso strano e raro, di quelli che sembrano frutto di una sorta di "tempesta perfetta". Da una parte c’è la poca cura nei riguardi del benessere animale, dall’altra l’ignoranza di chi non conosce le caratteristiche etologiche di ogni esemplare e le dinamiche che possono portare dei cani ad agire in gruppo. Poi c’è la questione randagismo, perché non tutti i cani coinvolti sarebbero direttamente riconducibili al pastore ed è molto probabile che ci fossero cani vaganti.

Sull’aggressione che ha visto vittima Simona Cavallaro a Satriano  (Catanzaro) non si può fare di tutta l’erba un fascio e, quindi, non si può far passare l’associazione secondo la quale tutti i cani siano pericolosi. Allo stesso tempo, però, c’è una fotografia di una parte d’Italia che ha chiuso gli occhi davanti alle politiche di tutela degli animali. I suoi funerali, a cui hanno partecipato in migliaia, testimoniano come la comunità sia stata giustamente scossa da un evento così orribile.

I Carabinieri della compagnia di Soverato, guidati dal tenente Luca Palladino sono riusciti a recuperare finora 12 esemplari, prelevando dai cani alcuni peli sporchi di sangue. Le piste che stanno seguendo gli inquirenti sono diverse: dal malnutrimento dei cani alla presenza di un gruppo misto tra cani pastori e randagi. Uno solo è quello che i militari hanno trovato microchippato a nome del pastore. A suo carico, all’anagrafe canina, ce ne sarebbero in totale quattro ma gli altri registrati si presume che siano morti e che non sia stato inviato un aggiornamento.

Una "tempesta perfetta", come accadde a Scicli

Che sia stato il risultato di una sorta di "tempesta perfetta" ne è convinto anche Luca Spennacchio, istruttore cinofilo e componente del Comitato scientifico di Kodami, che descrive l’episodio come «strano e molto raro». «Sono casi rarissimi, sui quali bisogna capire tante cose. Sembra in parte l’episodio che avvenne nel 2009». Fa riferimento alla storia della morte di Giuseppe Brafa, un bimbo di 10 anni aggredito da un branco di cani a Scicli (Ragusa). Era il 15 marzo. Il piccolo era appena uscito di casa per fare una passeggiata sulla sua mountain bike verde. Alcuni cani lo circondarono e poi lo morsero. Giuseppe morì all’ospedale Maggiore di Modica. I carabinieri allora arrestarono un 64 enne che aveva in affido il branco di randagi, con le accuse di concorso in omicidio colposo, omessa custodia, malversazione di animali e resistenza a pubblico ufficiale. I cani che erano stati affidati alla sua custodia giudiziaria erano circa 50 e i Carabinieri ne rintracciarono una trentina.

Secondo quanto ricostruirono i militari, poco prima dell’episodio della morte di Giuseppe Brafa, i cani avevano aggredito altre due persone: un uomo di 40 anni che stava facendo una passeggiata e un altro bimbo di 9. Il caso di Scicli ebbe una ribalta nazionale, tanto che l’allora sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, parlò di «inattività colpevole dei sindaci del Centro Sud» sul benessere animale e sul randagismo. Il sindaco della città siciliana, Giovanni Venticinque, parlò di «tragedia annunciata» e propose l’abbattimento dei cani. Questo portò alla risposta della presidente di Enpa, Carla Rocchi che fece una levata di scudi per il «no».

I casi, però, continuarono. Due giorni dopo, il 17 marzo, sempre a Scicli ci fu un’altra aggressione. Questa volta ai danni di una turista tedesca di 24 anni. L’ansia fu tale, in quel periodo, che qualche sindaco si fece prendere la mano. Il primo Comune fu Modica: Enpa, Lav e Animalisti italiani chiesero di ritirare l’ordinanza per l’abbattimento dei cani randagi. Sì, perché allora si voleva risolvere le cose in questo modo: uccidendoli.

Nel 2011, 15 cani randagi catturati in contrada Pisciotto, frazione di Scicli dove avvennero le aggressioni, furono trasferiti in Piemonte in una struttura dell'Enpa specializzata in riabilitazione e risocializzazione degli animali in difficoltà.

La chiusura delle indagini portò ad avvisi di garanzia per il Sindaco della città e alcuni dipendenti comunali e veterinari della Ausl 7: la Cassazione li assolse tutti. Il custode dei cani, invece, venne condannato in secondo grado a 4 anni e 6 mesi di reclusione. Morì a 73 anni, nel 2018.

«Scicli e Satriano sono due casi avvenuti a una distanza di tempo notevole e, in proporzione, davanti a una enorme popolazione canina italiana. C’è sicuramente un fattore scatenante particolare, rarissimo, che è stata la miccia per tutto questo questo. Escludo che i cani siano tutti del pastore e se fossero tutti i suoi ci sarebbero anche i figli dei figli», aggiunge Spennacchio.

La situazione cani in Calabria

L’associazione Save the Dogs and other animals ha avviato in Calabria un progetto dedicato proprio al benessere animale. Del lavoro che sta facendo ne abbiamo parlato anche nella nostra video inchiesta sul tema dell'abbandono.  «I volontari che lavorano in tutta la Regione sono degli eroi veri e propri», racconta Sara Turetta, presidentessa dell’associazione. Li descrive così perché si tratta di una delle condizioni più critiche d’Italia. Secondo dati della Lega anti-vivisezione a fine 2017 nei canili sanitari regionali erano presenti 14.599 esemplari, senza contare tutti quelli che vivono nei rifugi non convenzionati, non autorizzati e gli stalli casalinghi. Circa 6.000 animali sono chiusi nei canili del Crotonese, dove due strutture superano le 2.000 unità. Stando al rapporto Animali in città di Legambiente, un cane calabrese su 13 è iscritto all'anagrafe canina, a fronte di una media nazionale di uno su 6. Alto è il costo del mantenimento degli animali: la spesa annua per il randagismo è intorno ai 20 milioni di euro, quasi del tutto destinata al mantenimento dei cani nei ricoveri. «Una situazione simile a quella della Romania – prosegue Turetta – Le adozioni avvengono quasi totalmente con famiglie del Nord. Molti sindaci volenterosi ci dicono di avere le mani legate perché mancano le politiche sanitarie delle Asl».

I dati che abbiamo riportato si riferiscono al 2017 perché dalla Calabria non arrivano altri censimenti e solo la Lav ad oggi continua a impegnarsi per riuscire a fare un bilancio sulla popolazione canina in Italia. Sul sito del Ministero della Salute, ancora oggi e da anni, i numeri della Regione dove è accaduto il tragico evento della morte di Simona Cavallaro continuano a non essere aggiornati e quel "non pervenuti" ("n.p.") che si vede chiaramente sulla pagina ufficiale del Dicastero mai come oggi risulta un grido di allarme inascoltato da enti locali assenti e incuranti del benessere animale.

Screenshot della tabella del Ministero della Salute
in foto: Screenshot della tabella del Ministero della Salute

I canili per la ‘ndrangheta, poi, sono un business. Tre anni fa la Procura di Reggio Calabria arrestò i titolari di una struttura di Taurianova (che si ritennero vicini al clan Viola-Zagari-Fazzari) e il proprietario di un rifugio del Crotonese oltre ad alcuni responsabili dell'Asp. Al centro delle accuse le minacce e le estorsioni ai danni del proprietario di un canile della Locride che aveva vinto una gara per l'affidamento dei cani abbandonati. Gli appalti fanno gola ai clan e il loro obiettivo è quello (a spese degli animali) di massimizzarne il profitto.

Nel progetto promosso in Calabria da Save The Dogs (e realizzato grazie alle Associazioni Amici Animali Fef di Cosenza e Oasi Argo di Crotone), si punta a un programma di sterilizzazioni, microchippature, censimento cani vaganti e sensibilizzazione della popolazione. «È una goccia nel mare, ma servono provvedimenti straordinari», aggiunge la presidente Turetta.

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