Il destino di molti ragazzi e ragazze che lasciano la casa dei propri genitori è incerto e così è anche per diverse specie animali. Secondo una recente ricerca alcuni mammiferi, una volta entrati nella fase adulta della propria vita, possono rimanere o andarsene via dal proprio gruppo sociale decidendo così di aiutarlo o danneggiarlo per ottenerne un vantaggio.

Questo è un tema caro a molti giovani italiani: quando potrò avere una stabilità economica che mi permette di andare via di casa e, sopratutto, cosa farò? Dire che i giovani italiani non vanno via di casa solo per motivi economici è sicuramente riduttivo, in ogni caso osservare quello che altri giovani mammiferi devono attraversare nel momento in cui decidono di abbandonare "il nido" può essere per certi versi ispirante.

Per portare avanti uno studio così approfondito e su una scala così vasta è stato necessario un team di scienziati provenienti da 17 istituzioni in sei paesi, guidato dall'Università di Exeter, nel Regno Unito. Lo studio si è focalizzato in particolare sull'esaminare come il legame fra i membri del proprio gruppo sociale cambia nel corso della vita in sette specie di mammiferi e i risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature. Prima di capire in che modo gli animali affrontano il "debutto" nel proprio gruppo da adulti, facciamo un passo indietro per capire da dove nasce l'istinto genitoriale.

Cosa ci guadagnano i genitori ad allevare i figli

«I figli so' pezzi ‘e core», recita un detto popolare partenopeo che significa letteralmente "i figli sono pezzi di cuore", ma non è vero per tutti gli animali. Non tutte le specie di mammifero, infatti, impiegano le stesse cure parentali per crescere i propri cuccioli, alcuni si applicano di più e altri meno.

Con cure parentali si intendono l'insieme di comportamenti applicati dai genitori per poter permettere ai figli maggiori possibilità di sopravvivenza. Una maggiore sopravvivenza migliora anche la così detta "fitness", in poche parole il successo riproduttivo, e questo porta una efficienza maggiore nella trasmissione dei propri geni. A secondo della specie le cure parentali possono essere più o meno impegnative e, di conseguenza, avere un dispendio energetico maggiore.

I tipi di cure parentali vanno dall'allattamento, che consiste nella produzione di una sostanza altamente nutritiva per i piccoli, alla difesa attiva dei cuccioli che spesso rimangono attaccati fisicamente ai genitori come nel caso della maggior parte dei primati, o addirittura esiste la "matrifagia", l'atto estremo della madre che offre il proprio corpo come nutrimento per i piccoli, espediente spesso utilizzato fra gli insetti.

Il motivo per cui per gli animali investono delle energie per permettere alla prole di sopravvivere è presto detto: ciò che interessa agli individui è la trasmissione del proprio patrimonio genetico alle future generazioni per cui la sopravvivenza dei propri figli è prioritaria, spesso più importante della propria vita. Questo è vero soprattutto per quelle specie che producono pochi figli con tempi di gestazione molto lunghi.

Una volta cresciuti, i piccoli hanno diverse possibilità di fronte e, a seconda delle specie, questi intraprendono un cammino differente che può variare molto fra maschi e femmine. Ad esempio, i maschi e le femmine di orche rimangono nello stesso gruppo della madre che quindi hanno un grande numero di individui strettamente imparentati con loro quando invecchiano. Per altri animali è il contrario: le femmine delle iene maculate di solito vivono tra meno parenti stretti con il passare del tempo poiché spesso gli individui, specialmente le femmine, lasciano il gruppo.

Lo studio

Dato che tutti gli animali si sono evoluti per garantire la sopravvivenza dei loro geni e quelli dei loro parenti stretti, a volte l'entrata dei piccoli nel mondo degli adulti porta stravolgimenti nella struttura e nei legami sociali fra gli individui. Questo perché i cambiamenti possono essere anche a lungo termine e solitamente i nuovi adulti iniziano sin da subito ad adoperarsi per il bene del gruppo. Questo, però, non è sempre vero e lo studio del team internazionale di ricerca ha voluto approfondire proprio questo aspetto.

Gli animali studiati sono stati manguste fasciate, scimpanzé, tassi, orche, iene maculate, macachi rhesus  e babbuini gialli, molto diversi per abitudini e comportamenti genitoriali. I ricercatori hanno raccolto moltissimi studi relativi a cosa succede quando un animale entra nella fase adulta della propria vita e hanno condotto un'analisi comparativa il più precisa possibile per creare un modello che potesse predire in che modo un mammifero si potrebbe comportare una volta diventato "grande".

Ciò che si evince dallo studio è che fra i diversi fattori che gestiscono il comportamento dell'animale un ruolo importante lo riveste il grado di parentela. Più il proprio genoma è in comune con i membri del propri gruppo sociale e più l'individuo sarà portato ad aiutarli, mentre meno si condivide e più si metteranno in pratica comportamenti egoisti fra cui, per esempio, decidere di lasciare il gruppo.

Ad esempio i maschi di iena maculata, di macaco rhesus e di babbuino giallo di solito lasciano il gruppo nel quale sono nati raggiunta la maturità, mentre negli scimpanzé, sono le femmine a lasciare il gruppo. In fine per le orche e le manguste entrambi i sessi di solito rimangono nel gruppo in cui sono nati.

Lo studio avrà bisogno di molto tempo prima di riuscire a estrapolare una regola generale che possa andare bene per ogni mammifero, ma una cosa è certa: osservare le energie che gli altri animali investono per crescere la propria prole mette sotto un'altra luce lo sforzo genitoriale fatto da molti esseri umani che, sopratutto in Italia, impiegano almeno 30 anni prima di vedere i propri figli lasciare la casa dove sono cresciuti.