L’ultima volta in Italia è accaduto a Castellabate, nel Cilento, il giorno dopo il Natale. Ma lo stesso era accaduto a novembre ad Anacapri, nell’insenatura lunga e stretta di Cala del Rio. Due anni fa, a dicembre, era stata la volta di Leopoldo, che aveva portato il suo pesantissimo corpo a morire su una spiaggia di Ischia.  Lo spiaggiamento, quell’adagiarsi senza più forze di un cetaceo sul litorale che si trasforma così in un letto di morte, è un fenomeno frequente anche sulle nostre coste. Quello del 26 dicembre 2020 è soltanto l’ultimo di una serie che ha visto i due casi più clamorosi nel 2014 a Vasto e nel 2009 nel Gargano. In entrambe le occasioni furono sette i capodogli spiaggiati davanti al mare. Ma per quale motive succede? Cosa spinge un animale capace di inabissarsi in cerca di cibo fino ai 3 mila metri, a trovare la morte fuori dall’acqua? Cosa li disorienta? Quali malattie possono stravolgere il suo organismo? La plastica che invade i nostri mari, che ruolo può avere? E che rapporto c’è con il coronavirus che ha stravolto il nostro ultimo anno?

«Un cetaceo spiaggiato è un’ “occasione d’oro” perché dà la possibilità di effettuare una serie di indagini fondamentali per conoscere il livello di minacce che affliggono questi animali. Oltre a farci capire come vivono e cosa gli facciamo. E quando gli spiaggiamenti sono molti, diventano un vero e proprio campanello d’allarme in grado di mostrarci le nefandezze di cui siamo capaci». A parlare, e a spiegare, è il professor Giovanni Di Guardo, docente di Patologia generale e Fisiopatologia veterinaria della Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Teramo, impegnato – in collaborazione con l'Università di Padova e con altre prestigiose istituzioni di ricerca nazionali e internazionali – in un lungo e accurato studio sui cetacei e sulle loro modalità di spiaggiamento. Giovanni Di Guardo, una vita dedicata ai cetacei e ai loro segreti, è la persona giusta per capire ciò che possiamo imparare da questi casi sempre più frequenti.

Professore, cosa ci insegna un evento tragico come quello del ritrovamento su una spiaggia di uno degli animali più affascinanti del mondo? 

«Non ho potuto vederlo personalmente ma, da quello che mi hanno riferito, poiché la carcassa era in avanzato stato di decomposizione, non sarà possibile procedere ad esami di laboratorio, tra cui quelli isto-patologici. Questo non toglie che si tratta comunque di un’occasione importante da cui trarre tutte le informazioni possibili».

Di che informazioni parliamo?

«Intanto preliminarmente possiamo affermare che se un capodoglio viene ritrovato morto in acque poco profonde vuol dire che c’è qualcosa che non va. Si tratta infatti di un vero e proprio “recordman” delle immersioni, in grado di scendere fino a 3 mila metri sotto il livello del mare a caccia di calamari giganti, di cui è ghiotto. Quindi non c’è niente di naturale in questa morte. Inoltre se viene trovato putrefatto in acque fredde, come in questa stagione, vuol dire che è certamente morto da giorni e lontano dal luogo dove è stato ritrovato».

È risaputo che le cause di morte per un cetaceo che si arena su una spiaggia sono l’asfissia dovuta al suo stesso peso, la disidratazione se rimane troppo tempo distante dall’acqua o, infine, perché l’alta marea copre lo sfiatatoio, impedendo di fatto all’animale di respirare. Ma cosa porta la balena o il capodoglio a fermarsi su una spiaggia senza essere in grado di ripartire?

«I motivi possono essere molti. Ci lavoriamo da anni e sono stati fatti molti passi avanti nella ricerca. Dalla seconda metà degli anni ’80 sono stati identificati tre nuovi morbillivirus in grado di infettare e provocare drammatiche epidemie che si sono riscontrate tra i mammiferi marini. Come è successo per le morie di foche nel Mare del Nord nel 1988 e poi nel 2002, nonché negli episodi di mortalità collettiva rilevati tra le stenelle striate nel Mediterraneo occidentale nel ’90/92 e nel 2006/2008, e nei tursiopi lungo le coste orientali statunitensi tra il 2013/2015. Gli studiosi hanno lavorato a lungo anche sugli spiaggiamenti del 2009 e del 2014 in Italia a cui facevo cenno all’inizio, riscontrando, grazie alle indagini al microscopio e a quelle molecolari, che gli animali erano affetti dal morbillivirus dei cetacei».

Che cosa è il morbillivirus? In epoca di Covid-19 è purtroppo allarmante sentir parlare di un altro virus che attacca e uccide gli animali. Si trasmette all’uomo?

«Assolutamente no. L’uomo è suscettibile al virus del morbillo, che pur essendo imparentato con il morbillivirus dei cetacei, è un virus diverso. Il morbillivirus dei cetacei attacca invece mammiferi marini. E' un virus individuato come attivo dalla seconda metà degli anni ’80. Parliamo di migliaia e migliaia di animali morti: stenelle striate nel Mediterraneo nel 1990-92 e nel 2006-2008, globicefali nel 2006-2008 e molti altri. Nel 2017 i nostri studi avevano individuato che anche i capodogli sono suscettibili a questo virus che, nel Mediterraneo, sta ormai cominciando ad attaccare frequentemente anche la balenottera comune e lo zifio».

In che modo questo virus è letale per questi animali?

«Innanzitutto perché colpisce gli organi della respirazione causando polmoniti. Poi perché attacca gli organi linfatici e anche il sistema nervoso centrale, causando una grave immuno-deficienza e un’encefalite che mina le capacità del cervello, portandoli a perdere l’orientamento e quindi a spiaggiarsi. Una volta esanimi sulla battigia sappiamo quello che succede. La disidratazione e l’alterazione della temperatura corporea si associano alla compressione dei principali organi interni. In particolare polmoni e vasi vengono schiacciati impedendo l’arrivo del sangue al cuore, causando asfissia e soffocamento in questi animali che possono raggiungere anche le quindici venti tonnellate».

Lei ha fatto cenno che, oltre al morbillivirus, sono molte le cause che possono portare allo spiaggiamento. Quali in particolare?

«Una è certamente la toxoplasmosi: non siamo in grado di spiegare come è possibile che un cetaceo che vive in mare aperto si possa ammalare di questa malattia (una zoonosi parassitaria che può infettare moltissimi animali, dai mammiferi agli uccelli, dai rettili ai molluschi, e può trasmettersi da un animale all’altro attraverso l’alimentazione con carne infetta n.d.r.). Un’ipotesi è che le plastiche attraggano contaminanti ambientali, veicolandoli con i movimenti marini».

E qui arriviamo quindi all’interferenza umana che è parte in causa nella morte di molti animali

«Indubbiamente. I traumi da elica e le reti da pesca sono problemi enormi rispetto allo spiaggiamento. Così come le onde sonar a media frequenza rilasciate dai sottomarini. Queste ultime individuate dal patologo Antonio Fernadez che nel settembre 2002 studiò con attenzione gli effetti di un’esercitazione della Marina Militare statunitense in seguito alla quale si spiaggiarono 14 cetacei appartenenti alla famiglia ziphidae. Furono ritrovati con segni evidenti di quella che viene comunemente chiamata “malattia da decompressione” o “la malattia dei sommozzatori”. In pratica emboli gassosi dovuti alla risalita veloce dalla profondità del mare. Una spiegazione sicura ancora non c’è. Ma l’ipotesi più accreditata è che i sonar, cioè le onde medie rilasciate dai sottomarini, facciano da stimoli sonori che spingono i cetacei a risalire velocemente, causando così la formazione di emboli di grasso e aria che ne provocano la morte».

La plastica, il grande nemico dei nostri mari, ha un ruolo in questo fenomeno?

«Nelle pance dei cetacei spiaggiati si ritrovano spesso più o meno grandi quantità di plastica. E sappiamo per certo che tutta una gamma di contaminanti ambientali che vengono assunti attraverso l’alimentazione, hanno effetti rilevanti sulla salute e sulla conservazione. Uno studio del World Economic Forum registrava nel 2016 un rapporto di 5 a 1 tra pesci e plastica; ma in proiezione prevedeva per il 2050 che il rapporto diventasse 1 a 1. Un mare costituito in egual misura da pesci e plastica».

La plastica può essere veicolo anche di infezioni, come ad esempio quella del coronavirus? Cosa dobbiamo temere?

«Nel 2017 insieme al professor Sandro Mazzariol dell’Università di Padova, ipotizzammo sulla prestigiosa rivista Science che l’infezione da Toxoplasma gondii potesse essere veicolata dalle micro/nano plastiche ai cetacei che vivono in mare aperto. Anche le mascherine utilizzate da pazienti coronavirus infetti potrebbero agire in modo analogo, contaminando anche gli ecosistemi marini. Tale contaminazione potrebbe realizzarsi anche attraverso le acque reflue poiché il virus viene eliminato per via fecale da molti individui infetti. I dati raccolti finora farebbero pensare che alcune specie di mammiferi marini possano sviluppare l’infezione da Sars-Cov2: tuttavia servono ancora approfonditi studi finalizzati a definire l’effettiva suscettibilità di foche, delfini e balene nei confronti di questa infezione».