Se a Natale sulle tavole arrivano quintali di pesce non è detto che per le ricette dei menu tradizionali sia necessario distruggere ancor di più l’ecosistema marino, già piuttosto disintegrato dal riscaldamento globale, dai cambiamenti climatici e, soprattutto, dalla pesca invasiva che ha cambiato in modo radicale la vita nei nostri mari.

La nuova frontiera del cibo è la produzione in laboratorio, che sembra ormai pronta per arrivare sui nostri piatti, magari anche in occasione del Cenone delle Feste. L’azienda BlueNalu, con sede a San Diego, ha infatti annunciato che, attraverso il distributore britannico di alimenti surgelati Nomad Foods, introdurrà in Europa una serie di alternative prodotte con le biotecnologie.

I prodotti ittici proposti sono derivati del pesce più comunemente consumato, come salmone e tonno, o crostacei, come gamberetti e granchi, ma non prevedono l’abbattimento di animali. Ciò che noi mangiamo viene prodotto in laboratorio prendendo le cellule da pesci o crostacei donatori che vengono poi coltivate in un bioreattore.

Ciò che ne viene fuori, secondo ciò che riportano le società produttrici, pur avendo un sapore non identico ma simile ai prodotti reali, ha moltissimi vantaggi: è privo di spine, squame, bulbi oculari e tutti i vari scarti che caratterizzano i prodotti ittici acquistati in pescheria.

Questo tipo di coltivazione alternativa è già stata applicata e commercializzata anche per la carne. E moltissime aziende stanno sviluppando proteine alternative artificiali. Per quanto riguarda la regolamentazione statunitense sarà la Food and Drug Administration (FDA) a gestire la giurisdizione esclusiva sul commercio del pesce coltivato.

A un mese dalla vigilia di Natale, è la rivista Nature ad affrontare l’argomento sulla possibilità di imbandire le tavole europee con pietanze e piatti di pesce realizzati in laboratorio. Infatti, l’aumento delle attività che propongono alternative culinarie a base di pesce derivato da biotecnologie segue di pari passo il crescente interesse nei confronti della necessità di promuovere la sostenibilità della produzione ittica, come spiega Kevan Main, vicepresidente associato per la ricerca presso il Mote Marine Laboratory and Aquarium di Sarasota, in Florida, intervistato dalla rivista scientifica.

Produzione, peraltro, molto più complicata rispetto a quella della carne, come precisa invece Reza Ovissipour, del Virginia Tech, specialista in sicurezza alimentare e agricoltura cellulare, perché ogni specie di pesce è caratterizzata da sapore, consistenza e linea cellulare specifica, per cui richiede un insieme unico di parametri da implementare nelle procedure di coltivazione.

Ogni fase del processo presenta una serie di sfide, le fa eco Jennifer Lamy, a capo dell'iniziativa Sustainable Seafood del Good Food Institute, come per esempio, lo sviluppo delle linee cellulari che può richiedere gran parte del budget iniziale di ricerca e sviluppo.

Il costo della produzione di proteine coltivate, infatti, è significativamente più elevato rispetto alle alternative convenzionali. Secondo le stime della società di consulenza CE Delft, in media sono infatti necessari circa 20 mila dollari per ogni chilogrammo coltivato.