La caccia, nella notte, avviene nel buio squarciato dai potenti fari dei pickup, nelle zone desertiche che in Australia circondano le grandi città. E’ lì che i canguri si lanciano nella fuga: anche quaranta, cinquanta esemplari che saltano e corrono affannosamente mentre cercano di sfuggire alle macchine che li inseguono. Ed è dai pickup che arrivano i colpi sparati dai fucili: secondo la legge australiana si punta solo agli esemplari maschi, con un colpo dritto in testa. Rigorosamente fuori dalla battuta di caccia dovrebbero essere i canguri femmina, soprattutto se gravide, con i cuccioli ancora incapaci di vivere fuori dal marsupio e i piccoli esemplari che già saltellano sempre nelle vicinanze delle mamme. Ma ovviamente come si fa, affacciati da una macchina in corsa, mentre la macchia del buio nasconde a tratti i canguri terrorizzati, a distinguere le fattezze della preda?

Ed è così che ogni anno ad essere uccisi dopo una lunga agonia e colpiti più e più volte, sono quasi 2 milioni e 400 mila canguri, icona dell’Australia moltiplicata in migliaia di esemplari di peluche da vendere ai turisti, ma allo stesso tempo oggetto del più grande e cruento massacro di animali selvatici del pianeta.  Nel corso delle battute di caccia, gli animali saltano e fuggono in tutte le direzioni. Molti sono colpiti da più proiettili e subiscono ferite orrende: le mascelle vengono spazzate via, perdono gli occhi, si aprono lesioni interne, si spezzano gli arti e cercano disperatamente di salvarsi zoppicando su un piede. Un massacro che in confronto quello delle foche è una barzelletta, visto che ogni singolo anno vengono uccisi tanti canguri quante foche venivano assassinate in un intero decennio. E dei circa 2 milioni e mezzo di canguri uccisi, circa 700 mila sono cuccioli più o meno autosufficienti: per loro una morte violenta e dolorosa, causata tramite colpi di bastone alla testa o per la fame, perché abbandonati dopo che le loro madri sono state uccise.

Una caccia crudele e legalizzata: così l’Australia ha regolamentato la strage

E’ lo sterminio dei canguri australiani, che dal 2000 al 2018 ha eliminato oltre 44 milioni di esemplari. Caccia legale, anche se crudele, per la quale gli hunters, i cacciatori, si organizzano in battute notturne senza controlli. L’Australia lo ha regolamentato attraverso Il Code of Practice for the Humane Shooting of Kangaroos and Wallabies. Uccisioni “umane” secondo la legge, perché prevedono per i cuccioli che sono finiti nel bel mezzo di una mattanza «di essere uccisi da un unico forte colpo alla base del cranio, sufficiente per distruggere la capacità funzionale del cervello, oppure per decapitazione». “Attenzioni” da parte del governo australiano che nella realtà, pur nella loro crudeltà, appaiono impraticabili. «In particolare – spiega il rapporto realizzato dalla LAV Lega Anti Vivisezione –  quanto più i cuccioli sono grandi, tanto più difficilmente i cacciatori possono fisicamente trattenerli e, in sicurezza e con precisione, colpirli al cranio o sparargli. Di conseguenza, i cuccioli sono prevalentemente uccisi a bastonate oppure abbandonati e lasciati morire di fame e stenti». In Australia i canguri sono protetti dal Governo. Delle 60 specie conosciute nel mondo, 6 sono cacciabili per scopi commerciali: Macropus rufus (Canguro Rosso), Macropus giganteus (Canguro Grigio Orientale), Macropus fuliginosus (Canguro Grigio Occidentale), Macropus robustus (Wallaroo Comune o Euro), Macropus rufogriseus rufogriseus (Wallaby di Bennett) e Thylogale billardierii (Pademelon della Tasmiania o Padelemon dal ventre rosso). Per loro è consentita la caccia perché considerate infestanti e in competizione con gli animali “da reddito”.

Canguri e australiani: una convivenza consolidata nel tempo

Eppure la convivenza tra australiani e canguri è consolidata e pacifica da sempre. Un equilibrio che non aveva incontrato nemici neanche fra gli Aborigeni e i successivi australiani. Il contrasto infatti inizia nel secolo scorso quando l’introduzione dei pascoli per l’allevamento di milioni di capi di erbivori fa improvvisamente declinare in negativo il giudizio sui canguri che vengono classificati come “pest”, infestanti”, anche se non ci sono evidenze scientifiche che testimoniano questa pericolosità. «Per chi come me è nato in una fattoria – racconta Bred Ness, tornato a vivere a Perth dopo aver vissuto a lungo in Italia – la convivenza con un canguro è assolutamente naturale. Io e i miei genitori soccorremmo un cucciolo sopravvissuto ad un investimento in cui morì la madre e lo tenemmo con noi. Era libero di spostarsi come voleva e per questo, per far sì che fosse riconoscibile, gli mettemmo un collare. Quando lo recuperammo era talmente piccolo che per allattarlo usammo il contagocce».

Per i turisti che arrivano a Perth è imperdibile l’appuntamento con i canguri di Heirisson Island, un’isoletta al centro del fiume che attraversa la città, ricoperta da un bellissimo bosco e sede di una riserva che ospita fauna selvaggia in semilibertà. Tra questi un gruppo di canguri, ben abituato alla presenza umana. «Ma noi conosciamo i posti dove andare a vederli davvero in libertà: appena fuori città i contatti sono frequentissimi e ci sono zone dove si riuniscono. Ma avvicinarli può essere anche pericoloso, soprattutto quando si tratta di esemplari maschi e grandi: si poggiano sulla coda e ti possono colpire con le zampe. Così come sappiamo che per i fattori i canguri possono rappresentare un pericolo: ognuno di loro mangia tanta erba quanta ne mangiano tre pecore e per chi vive di allevamento è un grosso danno».

Ma l’animale simbolo di un’intera nazione è amato dai suoi abitanti che, racconta ancora Bred, «non si sono tirati indietro per costruire tunnel che permettessero il loro passaggio in aree dove si era edificato malgrado la loro presenza. Qui c’è un grande rispetto per la fauna e per la natura in generale». Malgrado questa sensibilità, però, i canguri finiscono per diventare carne per pet-food e pellame, molto richiesto dalle aziende di tutto il mondo per la sua duttilità, che legalmente lo trasformano in abbigliamento, anche di lusso.

L’Italia al primo posto in Europa per il commercio della pelle di canguro

Ed è qui che entra in gioco l’Italia. Prima fra tutti i paesi d’Europa, infatti, il Belpaese acquista le pelli grezze che verranno lavorate dalle nostre concerie. La filiera si conclude con le aziende che utilizzano pelli di canguro per produrre prodotti di moda “esclusivi”, soprattutto nel settore motociclistico e calcistico. «La pelle di canguro – spiega Simone Pavesi, responsabile LAV area moda animal free – è molto più resistente e leggera di quella di mucca e questo la rende particolarmente appetibile per le aziende che producono tute per motociclisti e scarpini per calciatori. Ma l’alternativa esiste: materiali sintetici che offrono altissime prestazioni sono disponibili e garantiscono diversi livelli di performance. LAV per confrontarle ha eseguito appositi test sulla base delle coordinate date dal regolamento del Moto Gp rispetto all’abbigliamento dei piloti. Il risultato è stato che le tute motociclistiche realizzate con particolari materiali sintetici non hanno affatto performance inferiori a quelle realizzate in altri tipi di pelle, tra cui quelle di canguro».

Il passo successivo, quindi, sarebbe quello di abbandonare l’uso di queste pelli provenienti da un massacro così cruento quanto inutile. «Sono oltre 2 milioni (39% dell’export dall’Australia) le pelli grezze che tra il 2012 e il 2016 hanno varcato i confini nazionali – continua Pavesi – LAV sta già chiedendo alle aziende italiane che ne fanno uso, di rinunciare definitivamente alla pelle di canguro, in favore di materiali alternativi non di origine animale, ed è promotrice di una proposta di legge, che è stata presentata a settembre 2019, per il divieto nazionale all’importazione di prodotti di canguro (carne, pelle e prodotti derivati). Ma dalle istituzioni, per ora, nessuna risposta».

Quali sono le aziende che usano pelle di canguro in Italia: ecco chi ha deciso di non utilizzarla più

Sono molte le aziende che utilizzano la pelle di canguro in Italia. Secondo il rapporto LAV si articolano nel mercato della moda di fascia medio-alta e alta (abbigliamento e calzaturiero) e sportivo (calcio e moto). Nel settore sportivo parliamo di Diadora, Lotto, Pantofola d’oro e Danese per quanto riguarda il calcio. Dainese, Ducati, Gimoto, Alpinestrars e Vircos per il motociclismo: si tratta di tute molto performanti che arrivano a costare fino ai due o quattro mila euro. Poi c’è il versante moda: Ferragamo, Versace e Prada ad esempio, e il settore calzaturiero con Moreschi, Moma e Fabi. Utilizza infine carne di canguro per produrre petfood, la Prolife.

«Da alcune dalle aziende che abbiamo cominciato a contattare dalla fine del 2019 – spiega ancora Pavesi – cominciano ad arrivare segnali molto positivi sull’argomento: Diadora è la prima azienda ad aver annunciato che eliminerà la pelle di canguro dalle sue produzioni. Inizialmente la reputava insostituibile, ora invece ha scelto di utilizzare altri materiali non animali. Anche Salvatore Ferragamo non utilizzerà più pelle di canguro a partire dal 2021. Versace ha utilizzato in passato pelle di canguro per la realizzazione di alcuni prodotti moda. A fine 2019 Versace ha comunicato a LAV che con l’annuncio del 2018 del passaggio al fur-free, il brand ha contestualmente dismesso in via definitiva anche l’impiego di pelle di canguro, pur non avendone dato comunicazione pubblica. Quindi Versace non usa più pelle di canguro dal 2019. Prada, recentemente diventata fur-free, utilizzava pelle di canguro per un unico modello di calzature fino al 2018, ma ha mostrato interesse ad approfondire le problematiche sulla filiera del canguro, anche incontrando la LAV».

Molte altre però sono le aziende che non hanno voluto aderire, almeno fino ad ora, alla campagna di sensibilizzazione #SalvaCanguri ideata da LAV. Dainese quindi continuerà a produrre la tuta motociclistica Mugello a quasi 4 mila euro, mentre Moma e Fabi, entrambi marchi di lusso del settore calzaturiero che vantano produzioni di mocassini realizzati con pelle di canguro (prezzo dai 200 ai 500 euro) si sono rifiutati di intraprendere un confronto sull’argomento.

Il problema sanitario legato al mangiare carne di canguro

Sempre secondo Pavesi in questo momento storico non possiamo assolutamente sottovalutare il problema sanitario legato all’uso, seppure minimo, di mangiare carne di canguro. «È già stato dimostrato che l’industria della carne di canguro non rispetta i minimi standard australiani ed Europei di sicurezza sanitaria. C’è infatti una preoccupazione riguardo il potenziale rischio per la salute umana conseguente al consumo di carne di canguro».  Le più note e ovvie cause di contaminazione da Salmonella, E. Coli e Campylobacter sono date dalle condizioni in cui la selvaggina viene conservata immediatamente dopo l’abbattimento. «Tuttavia, nello sconfinato territorio australiano esistono milioni di punti di macellazione dei canguri, tanti quanti gli animali che vengono uccisi, e centinaia di celle frigorifere per lo stoccaggio temporaneo e le prime lavorazioni delle carni. Nonostante l’industria del canguro dichiari di rispettare tutte le norme igieniche non è assolutamente in grado di controllare ogni singolo punto di uccisione, macellazione e stoccaggio.

I canguri, come qualsiasi altra specie selvatica che vive libera in natura, possono ospitare un’ampia gamma di batteri parassiti, fungini ed essere portatori di malattie virali. Alcune malattie che sono state documentate interessano solo i canguri, altre possono essere trasmesse all’uomo». Secondo la LAV, infine: «In Europa sono Belgio, Francia, Germania e Olanda i maggiori importatori di carne di canguro con un totale annuo fino ad oltre 1.000 tonnellate di carne, equivalenti a circa 1 milione di animali. L’Italia non è un paese di riferimento per l’import di carne di canguro. Tuttavia, non è difficile trovare ristoranti o pub “etnici” che offrono hamburger di canguro».  E ovviamente il pensiero va immediatamente alla pandemia di Covid19 che sta uccidendo milioni di persone nel mondo, derivata da zoonosi, cioè da trasmissione di infezioni dagli animali all’uomo, e alla necessità di evitare in futuro l’infinità di pericoli che provengono dall’errato rapporto tra uomo e animale.