Non a tutti capita di passeggiare per una foresta dell'Africa orientale, ma semmai lo facessimo ci potremmo imbattere nei resti di piante masticate. Ai nostri occhi potrebbero sembrare solo i resti del pasto di un animale, ma agli occhi esperti di un ricercatore quel vegetale umidiccio di bava è uno scrigno di informazioni. Un studio, infatti, ha testato l'efficacia di un nuovo metodo non invasivo per scoprire lo stato di salute dei gorilla: campionare la saliva degli animali presente sulle piante che masticano, scoprendo così che gli animali sono in ottimo stato di salute.

Immaginiamo di assistere alla scena: Jack, un gorilla di montagna (Gorilla beringei beringei) cammina tranquillo in una foresta del Parco nazionale Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo , in Africa orientale. A un certo punto si ferma e strappa un appetitoso pezzo di sedano selvatico, si siede e comincia a masticare. Strappa i fili fibrosi della verdura con i denti, estraendo i pezzetti più succosi con attenzione. Un volta finito lo spuntino lascia cadere il gambo masticato a terra e si allontana soddisfatto.

A questo punto sbucano da un cespuglio dei veterinari armati di guanti e sacchetti di plastica. Si avvicinano al pezzo di verdura bavosa lasciato da Jack con insolito interesse, come solo degli scienziati potrebbero fare con oggetti che l'opinione pubblica riterrebbe disgustosi. Dunque, ripongono con attenzione il pezzo di sedano in un sacchetto, scrivono il nome del gorilla sulla busta e si recano in laboratorio per le analisi. Con pochi e semplici passaggi hanno ottenuto del prezioso materiale utile per sapere se Jack è infetto da un herpesvirus umano, estremamente pericoloso per l'animale.

I creatori di questo metodo sono i ricercatori dell'Università della California che collaborano con i così detti "dottori dei gorilla", ovvero i veterinari del Karen C. Drayer Wildlife Health Center che da anni si impegnano per la salvaguardia di questi animali. I risultati che attestano l'efficacia della tecnica sono stati pubblicati sulla rivista American Journal of Primatology.

I gorilla sono suscettibili alle malattie umane

Il Parco Nazionale Virunga al confine con il Ruanda
in foto: Il Parco Nazionale Virunga al confine con il Ruanda

Se è vero che conosciamo molti casi di zoonosi nei confronti dell'uomo, ovvero patogeni come virus, batteri e parassiti che, seppur non hanno come ospite preferito l'uomo, effettuano il così detto "salto di specie", sono meno note quelle che l’uomo può trasmettere agli altri animali. Infatti, l’essere umano può trasmettere una serie di malattie estremamente pericolose e fra i patogeni principali ci sono sicuramente quelli che provocano malattie respiratorie.

Un esempio lo fornisce la pandemia degli ultimi anni dove molti gestori di parchi che ospitano primati, compreso lo stesso Parco nazionale Virunga dove si è svolto lo studio, temevano un possibile contagio di COVID-19 ad altri primati. Di studi sulle malattie trasmesse dall'uomo, però, ce ne sono molti, come un caso del 2011 in cui dei gorilla di montagna furono infettati da un Metapneumovirus che se nell'uomo può provocare febbre alta, respiro sibilante e altri sintomi minori, ma in animali sprovviste di difese immunitarie adeguate può significare anche la morte.

Se teniamo conto che oggi i gorilla di montagna sono poco più di mille individui, capiamo bene che un contatto troppo ravvicinato fra uomo e gorilla potrebbe causare danni irreparabili. In particolar modo questi primati sono una sottospecie di gorilla che vivono in foreste ad alta quota a un'altitudine tra gli 8.000 e i 13.000 metri. Hanno pelliccia più spessa rispetto ad altri grandi scimmie e grazie ad essa riescono a sopravvivere in un habitat dove le temperature spesso scendono sotto lo zero. Ma man mano che gli esseri umani si sono spostati sempre più nel territorio dei gorilla, loro sono stati costretti a migrare sempre più in alto nelle montagne per periodi più lunghi, costringendoli a sopportare condizioni pericolose e talvolta mortali.

Ad oggi il loro precario stato di conservazione esige che si prendano misure adeguate per evitare in ogni modo che vengano bracconati, che il loro habitat venga frammentato e che siano esposti a malattie potenzialmente mortali. Ecco perché le politiche di molti parchi naturali prevedono di tenere le distanze il più possibile da questi animali, politiche che come evidenzia lo studio dei ricercatori americani, hanno dato i loro frutti.

Come fanno i veterinari a utilizzare le piante masticate per le analisi

Per stabilire se la bava di gorilla presente sui vegetali masticati contenesse abbastanza materiale genetico per poter fare delle analisi mediche soddisfacenti i ricercatori si sono concentrati sull'individuare la presenza di un particolare patogeno: l'herpesvirus umano.

Gli herpesvirus sono una famiglia di virus che hanno la caratteristica di non abbandonare più l'ospite dopo il primo contatto e di causare una "infezione latente". Questa si verifica in un tempo variabile a seconda del tipo di virus e della sensibilità dell'ospite e consiste nel passare inosservata per diverso tempo e nel riattivassi, anche dopo molti anni, dando luogo a una recidiva della malattia. Generalmente non sono mortali, ma proprio come altri patogeni, se si è sprovvisti di difese immunitarie adeguate possono provocare anche la morte.

Questi virus tramite l'estrazione e l'analisi del DNA della saliva dei gorilla non sono stati individuati, il che ha fatto trarre un sospiro di sollievo a ricercatori e veterinari. Gli stessi autori dello studio sottolineano come questo risultato sia possibile solo grazie alle politiche e alle regole che il parco ha imposto a visitatori e addetti ai lavori come indossare le mascherine e mantenere una distanza minima di almeno 10 metri.

Ancora più importante, però, è come questo studio dimostri che è possibile monitorare i gorilla, e potenzialmente anche altre specie di primati, con un metodo non invasivo. Semplicemente campionando la saliva di un animale si possono ottenere, quindi, informazioni essenziali per la sua sopravvivenza offrendo quindi un nuovo strumento ai biologi della conservazione per curare e  prevenire potenziali malattie.