Ancora una volta Pamela Anderson presta il suo volto per una nuova campagna animalista. Lo fa per la PETA, People for the Ethical Treatment of Animals, di cui è testimonial e direttrice onoraria da anni, in occasione di San Valentino.

Vegan Make Betters Lovers”, “I Vegani sono amanti migliori” suggerisce l'attrice da un cartellone pubblicitario gigante, esposto in Times Square a New York, lanciando ancora una volta un messaggio rivolto al benessere degli animali di tutte le specie, promuovendo l’abbandono della carne come alimento.

L’icona di Baywatch, animata da uno forte spirito animalista, in una dichiarazione a People ha raccontato che la campagna è nata prendendo come spunto lo studio di alcuni ricercatori secondo cui i vegani sarebbero persone più empatiche rispetto a chi mangia carne e che un’alta percentuale di loro riferisce di un aumento delle prestazioni in camera da letto dopo aver scelto di non mangiare più nessun tipo di prodotto animale.

«Siamo grati a Pamela perché ha fatto tantissimo per aiutare ad aprire occhi, cuori e menti per la difesa degli esseri viventi non umani», dice Ingrid E. Newkirk, Direttrice generale della Peta. «È bello che lei colga ogni occasione per spiegare che gli animali non sono nostri. Né per mangiarli, o indossarli, o sfruttare nell'intrattenimento, o per abusarne in qualsiasi altro modo».

Con questa campagna, ancora una volta, PETA tiene a specificare che la mission dell’organizzazione si oppone allo specismo, ovvero l’attribuzione arbitraria, basata sul pregiudizio, di uno status di superiorità degli esseri umani rispetto alle altre specie animali.

Un atteggiamento che definisce la differenza che esiste tra noi animali umani e gli animali non umani, screditando il loro diritto all’esistenza e la dignità della loro vita. Si tratta a tutti gli effetti di una discriminazione che ha affinità e analogie con altre forme di pregiudizio, quali il razzismo e il sessismo, per le quali chi le condivide o le pratica si pone in una posizione di superiorità rispetto all’“altro”.

Lo specismo trova (meglio dire cerca) la sua giustificazione in una filosofia morale antropocentrica e si manifesta non solo con l’ideologia pregiudiziale, ma anche con atteggiamenti sociali discriminatori dell’uomo verso gli altri esseri senzienti in quanto non umani e ancor più con comportamenti di dominio e sfruttamento.

Lo specismo ha antichissime origini, provenienti da dottrine filosofiche e religiose, per le quali gli animali sono risorse al servizio dell’uomo. È però nel secolo passato che nasce il termine specismo, esattamente 50 anni fa. Fu lo psicologo e scrittore britannico, sostenitore della difesa dei diritti degli animali, Richard Dudley Ryder a utilizzarlo per la prima volta in un opuscolo contro la sperimentazione animale, in cui sosteneva che il tentativo di ottenere benefici per la specie umana attraverso l’abuso di individui di altre specie è «semplicemente specismo e come tale si basa su ragioni morali egoistiche piuttosto che su ragioni razionali».