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Etologa
mimetismo animale

Dal 1989, gli stati del Nord America hanno un “insetto nazionale”: è la farfalla monarca (Danaus plexippus). La farfalla monarca è un lepidottero incredibile. Ogni anno, in autunno, grazie a uno speciale orologio biologico localizzato sulle sue antenne, usa il sole come bussola e migra per migliaia di chilometri, dal Canada al Messico. Qui, si adagia assieme a milioni di compagne sugli abeti sacri delle montagne del Michoacan e attende l’arrivo della primavera. Col primo caldo, verso metà marzo, si abbuffa di nettare e riparte, andando a deporre le uova sulle piante di euforbia a Sud degli Stati Uniti, da cui le nuove generazioni, una volta nate, proseguiranno verso nord.

L'aposematismo delle farfalle monarche

Ciclo di una farfalla monarca (Danaus plexippus) da bruco ad adulto
in foto: Ciclo di una farfalla monarca (Danaus plexippus) da bruco ad adulto

Le monarche hanno ali nere e arancioni, che sembrano dipinte. Questa livrea non serve solo a rendere le farfalle bellissime: rivelandole ai predatori, salva loro la vita.  Com’è possibile, vi chiederete? Dovete sapere che, per sfuggire ai predatori, alcuni insetti e animali, invece di confondersi con l'ambiente, si mettono in mostra. Possono permetterselo perché dispongono di un’arma, diversa a seconda della specie, che può renderli altamente indigesti. I predatori naturali imparano a riconoscerli, grazie ai colori sgargianti, e a evitarli.

A una ghiandaia blu, ad esempio, basta aver ingerito, e subito dopo vomitato, una farfalla monarca anche una sola volta, per ricordarsi di non farlo mai più. I bruchi monarca, infatti, si nutrono della linfa lattiginosa delle piante di euforbia, da cui assumono un veleno vegetale estremamente potente, che rende le farfalle tossiche e anche amarissime. Il loro sapore è talmente disgustoso, che spesso gli uccelli le lasciano andare appena dopo averle afferrate per un’ala.

Le farfalle monarche non sono le uniche a utilizzare le colorazioni vistose come segnale di avvertimento. Pensate un po’ anche alla puzzola (Mustela putorius) e all’istrice (Hystrix cristata): le bande bianche e nere che ne adornano il corpo servono proprio a ricordare ai potenziali predatori che, se provassero ad avvicinarsi, verrebbero prontamente inondati delle secrezioni tossiche sganciate, rispettivamente, dalle ghiandole anali e dalle spine acuminate.

Il mimetismo del serpente falso corallo

Serpente corallo (Micrurus fulvius)
in foto: Serpente corallo (Micrurus fulvius)

E poi ci sono gli individui che non sono tossici o velenosi, ma si salvano perché riescono a imitare un altro organismo che invece lo è. In due parole: si mimetizzano.

L’esempio classico è il serpente falso corallo. Alcuni serpenti innocui, colubridi (primo tra tutti l'anilide Anilius scytale) e non colubridi, imitano la livrea a bande blu e rosse del serpente corallo (Micrurus fulvius), che invece è letale, e col quale coesistono.

Poi c’è ancora un bruco, nello specifico la larva della sfinge della vite, Deilephila elpenor, che appartiene alla famiglia Sphingida. Se si sente minacciata dall’avvicinarsi di un uccello, essa ritrae la testa e i primi segmenti toracici: in questo modo le macchie oculari si espandono e la sua testa, a un tratto, sembra quella di un pericoloso serpente.

La falena, regina del mimetismo

Lo scettro per il mimetismo in natura, però, spetta a una falena adulta: Macrocilix maia. Sulle sue ali è presente un disegno che non imita semplicemente un animale, ma una scena complessa. Si riconoscono, infatti, due mosche che si nutrono di escrementi di uccelli e questa scena è resa ancora più credibile dall’odore terribile emanato dal lepidottero, e che ricorda gli escrementi appena citati. Molti predatori evitano di mangiare insetti che si nutrono di feci, perché li considerano potenziali veicoli di malattie. E così il gioco è fatto. O, per essere più precisi, l’inganno.

Bibliografia

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Pfennig, D., Harcombe, W. & Pfennig, K. (2001). Frequency-dependent Batesian mimicry. Nature 410:323.

Quicke DLJ. (2017). Mimicry, Crypsis, Masquerade and other Adaptive Resemblances. Ed. Wiley–Blackwell, pp. 576.

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