Un paleontologo dell'Università del New South Wales, Mike Archer, ha dichiarato sulla radio pubblica di Perth, Australia, che non consentire alle persone di tenere animali nati come non domestici rappresenta «potenzialmente un passaporto per l'estinzione». La sua teoria sta facendo discutere il mondo degli esperti australiani e rimbalza sui giornali locali. L'intervista è andata in onda sulla "ABC Radio Perth" e Archer ha spiegato così la sua idea: «Al momento, l'unica cosa di cui ci preoccupiamo davvero sono gli animali con cui conviviamo. Solo di animali che vivono con noi le generazioni future si prenderanno davvero cura e allora è ora di permettere di avere anche un quoll domestico invece di un semplice gatto. Se non lo facciamo non otterremo quel legame di cui abbiamo bisogno in futuro per preoccuparci davvero della conservazione dei nostri mammiferi australiani».

L'animale citato dal paleontologo, per capire quanto si stia riferendo a specie assolutamente selvatiche, appartiene a un genere di marsupiali carnivori della famiglia dei Dasiuridi che vive appunto in Australia e in Nuova Guinea. Così, mentre l'approccio moderno di etologi e esperti del mondo animale a vario titolo spinge a creare cultura nel mondo perché si capisca che la fauna selvatica dovrebbe rimanere appunto allo stato naturale, lontano dal contatto con gli esseri umani e nel rispetto della convivenza e della tutela dell'ecosistema, questo biologo australiano, molto rispettato in Patria, ritiene che l'unico modo per fermare gli stessi esseri umani è quella di far sì che tutte le specie si trasformino in animali da compagnia per «aumentare la loro possibilità di sopravvivenza».

Specie selvatiche come animali domestici: la teoria di Archer

Attualmente solo l'Australia Meridionale e l'area di Victoria consentono di allevare animali nativi come animali domestici e il professor Archer ha affermato che se questo modello fosse più comune ci sarebbe maggiore interesse a salvarli. «Rendendoli animali di famiglia non interferiresti con ciò che sta accadendo loro in natura – ha aggiunto – Quello che invece consentirebbe è proprio un aumento dell'amore e del fascino che un bambino australiano medio ha per gli animali nativi».

Questo secondo Archer vuol dunque dire educare le nuove generazioni per far sì che loro stesse non determinino la scomparsa di altri animali per sempre: «Per come stanno le cose – ha specificato – l'unica cosa a cui stanno attenti i bambini sono gli animali che vivono con loro».

La teoria di Archer, chiaramente, ha un fondamento che riguarda la natura degli esseri umani e non quella degli animali. La sua visione è quella di un homo sapiens che continua a distruggere la fauna e che come primo agente ha contribuito alla scomparsa di intere specie. Un esempio che riporta durante il suo intervento in radio è sull'estinzione della tigre della Tasmania. Il tilacino, altro nome della specie, negli anni 30 era presente sul territorio ma poi «non appena gli allevatori di pecore della Tasmania hanno deciso che il motivo per cui non stavano guadagnando tanto quanto si aspettavano era perché le tigri della Tasmania mangiavano le loro pecore, ecco che il governo ha istituito una taglia e 4.000 esemplari sono stati uccisi».

Tra il 1888 e il 1909 secondo il biologo tanti hanno guadagnato riscuotendo le taglie e questa si pensa che sia la ragione principale dietro l'estinzione del tilacino. «La cosa più triste di tutta questa storia è stata che durante quel periodo era illegale avere a che fare con la tigre della Tasmania: era considerata alla stregua di un parassita – ha sottolineato Archer -Eppure abbiamo fatto molte ricerche e si è scoperto che molti tasmaniani stavano invece scoprendo che potevano essere animali domestici meravigliosi e li tenevano con loro. Ma era illegale e alla fine hanno dovuto consegnarli alle autorità e farli uccidere». Il ragionamento del paleontologo dunque si chiude così: «Se non fosse stato illegale, pensiamo che il tilacino si estinguerebbe oggi? Ovviamente la risposta è no. A qualsiasi animale di cui ci occupiamo e di cui ci prendiamo cura è garantito un futuro. Mentre sono quelli di cui non ci preoccupiamo e con i quali cerchiamo di non avere nulla a che fare che sono in pericolo».

Le contraddizioni della teoria di Archer. «Lo stesso pensiero che alimenta le ragioni a supporto dei circhi e dei parchi di divertimento»

Federica Pirrone, etologa e membro del comitato scientifico di Kodami, non ha dubbi sulla inconsistenza della teoria di Archer.  «Il pensiero che gli animali selvatici vadano tenuti in cattività – in questo caso in ambiente domestico – per il loro bene è lo stesso che alimenta le ragioni a supporto dei circhi e dei parchi di divertimento la cui esistenza è, invece, francamente ingiustificabile. Con l’aggravante del rischio elevato in cui si può incorrere forzando alla stretta vicinanza con noi – magari proprio con bambini, come suggerisce Archer – un animale selvatico che, nell’uomo, solitamente percepisce un predatore. A questo proposito, Archer sembra convinto, addirittura, che vivendo insieme  svilupperemmo un legame. Mi piacerebbe sapere, secondo lui, quale relazione positiva potrebbe mai nascere tra noi e un animale impaurito e senza via di fuga. M sembra che manchino proprio le basi dei principi etologici più semplici: non può esistere una relazione positiva senza la reciprocità».

Federica Pirrone riflette poi sul tipo di animale che il paleontologo ha portato come esempio: «Mettersi in casa un quoll (nella foto in alto, ndr) come fosse un gatto? Ancora una volta si scivola sulle basi: la coevoluzione coi gatti domestici è un processo in continuo perfezionamento, che dura da migliaia di anni e non è certo cominciato recludendo il gatto selvatico nelle abitazioni. Condivido il pensiero del noto etologo Augusto Vitale, secondo il quale nelle parole di Archer si leggono solo una serie di controsensi che confermano l'idea, per me da contrastare, dell'essere umano padrone supremo di tutti gli altri animali.».

Infine, il paleotologo che auspica che tutti gli animali selvatici vengano domesticati per non interferire “con ciò che sta accadendo loro in natura” secondo l'etologa: «dimentica così che gran parte di ciò che stanno subendo loro in natura è causato proprio da noi. E poi, se farli sparire del tutto dall’ambiente naturale non è interferire, allora cos'è?».