La carne di cane, la Corea del Sud e le nostre sovrastrutture culturali e religiose

Decisione storica nel paese asiatico: stop al commercio della carne di cane. Tanti di noi, però, giudicano intere popolazioni senza avere dati concreti alla mano. Una riflessione su quanto pregiudizio abbiamo nei confronti degli "stranieri" che nulla ha a che fare con la vera tutela degli animali.

11 Gennaio 2024
12:35
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Con un voto dell'Assemblea Nazionale della Corea del Sud è stato bandito il business della carne di cane. Nel paese ogni anno vengono allevati e uccisi un milione di cani. Il divieto sarà effettivo tra sei mesi con un periodo di transizione di tre anni: l'allevamento, l'uccisione e la vendita di carne saranno ufficialmente illegali dal 2027, con sanzioni fino a tre anni di reclusione o una multa fino a 30 milioni di won sudcoreani (circa 20 mila euro).

Il cambio di sensibilità nei cittadini è stato fondamentale per spingere il Governo a prendere quella che a buon diritto può essere definita una decisione storica, sebbene il consumo di carne di cane non sia esplicitamente vietato in sé viene nei fatti smantellata tutta l’industria che la produce e commercia.

Sono oltre 6 milioni i cani da compagnia che ora vivono nelle case dei sud coreani, e la domanda di carne di cane è diminuita in modo netto con il passare degli anni. Gli ultimi sondaggi d’opinione di Nielsen Korea commissionati da Humane Society International dimostrano che l’86% dei sudcoreani non intendeva mangiare carne di cane in futuro e che oltre la metà, il 57%, era favorevole a un divieto.

Già nel 2022 la first lady sudcoreana Kim Keon-hee aveva chiesto ai cittadini di smettere di mangiare carne di cane e recentemente aveva preso ancora più posizione esponendosi a livello internazionale durante la sua visita a Londra dove, incontrando la regina Camilla, aveva reso pubbliche le iniziative legislative della Corea del Sud per vietarne il consumo, sottolineando appunto che «in Corea questa cultura persiste ancora».

Questa la cronaca che su Kodami ha avuto molto spazio per un tema che seguiamo sin dai nostri esordi e che non riguarda solo la Corea del Sud ma diversi paesi asiatici. Tanti di noi conoscono purtroppo, per citare l’esempio più tristemente famoso, il Festival della carne di cane di Yulin, nel sud della Cina. Un evento che si svolge durante il solstizio d’estate per una settimana a giugno. Tanti di noi, però, non sanno che il mercato della carne di cane – sebbene abbia numeri che a ricordarli sono obiettivamente enormi – non è realmente così diffuso se si fanno le giuste proporzioni tra il numero di abitanti che realmente ne fa uso e la densità effettiva della popolazione in ogni nazione in cui ancora avviene.

Lo sottolineiamo perché spesso, purtroppo, si fa del vero e proprio razzismo quando si parla di questo tema nei confronti di intere popolazioni che sono calate nella realtà moderna come noi occidentali in cui, come appunto da noi in Occidente, resistono ancora dei retaggi culturali del passato.

Quanti di noi, ancora, fanno o sentono battute sui ristoranti cinesi in cui vengono serviti gatti o cani al posto del pollo? O sugli stranieri che vivono nell’indigenza sul nostro territorio nazionale e vengono tacciati di andare a caccia di cani e gatti da mangiare “perché così fanno a casa loro”?

Ecco, questi preconcetti non possono nemmeno più essere accettati come “luoghi comuni” perché lì dove riteniamo chiaramente inaccettabile che i compagni di vita animali più vicini a noi possano diventare del cibo dobbiamo allo stesso tempo essere coscienti che riversare poi odio e pregiudizio su intere popolazioni non è di certo il mondo migliore per definire noi “esseri umani evoluti” e gli altri no.

C’è anche un altro discorso delicato su questa tematica e che è molto vicino a chi ha una sensibilità animalista basata sull’antispecisimo e che spesso viene messa in campo quando si parla di questo tema. “Perché il cane non lo mangiamo ma una mucca sì?”. Questa frase spesso è usata con intento provocatorio ma nelle intenzioni di chi la pone c’è di base il desiderio di porre fine alla sofferenza di altri esseri viventi e provare così a far nascere un – come possiamo definirlo? – senso di colpa in chi non rinuncia alla carne nella propria alimentazione, qualsiasi animale si tratti.

Ecco, a proposito di questione culturale e religiosa: per gli Indù la mucca è un animale sacro. Nell'Islam mangiare carne di maiale è considerato “haram”: è un peccato e dunque è proibito. I buddhisti in generale rifiutano di mangiare alimenti di provenienza animale. Gli ebrei osservanti non mangiano crostacei e molluschi.

Questo breve elenco serve solo per condividere con voi un’osservazione lucida e inconfutabile: siamo tutti frutto di una lunga Storia, con la s maiuscola, appunto religiosa e dunque culturale che fa di noi quel che siamo nel luogo in cui siamo nati. Ognuno però, nel momento in cui realizza in fondo quello che è un banale aspetto delle sovrastrutture che necessariamente si sono create nella nostra mente, è libero di fare le scelte che individualmente ritiene più giuste.

La speranza, semplicemente, è che queste ultime siano etiche e volte al miglioramento della Vita sul nostro Pianeta. La nostra e quella degli altri esseri senzienti che con lo stesso diritto camminano sulla Terra.

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Diana Letizia
Direttrice editoriale
Giornalista professionista e scrittrice. Laureata in Giurisprudenza, specializzata in Etologia canina al dipartimento di Biologia dell’Università Federico II di Napoli e riabilitatrice e istruttrice cinofila con approccio Cognitivo-Zooantropologico (master conseguito al dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Parma). Sono nata a Napoli nel 1974 e ho incontrato Frisk nel 2015. Grazie a lui, un meticcio siciliano, cresciuto a Genova e napoletano d’adozione ho iniziato a guardare il mondo anche attraverso l’osservazione delle altre specie. Kodami è il luogo in cui ho trovato il mio ecosistema: giornalismo e etologia nel segno di un’informazione ad alta qualità di contenuti.
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