Si può lasciar morire di solitudine un delfino? No, non si può. A qualsiasi costo. E per salvarlo si possono superare problemi di lingua, di culture e di religioni diverse. Si possono unire italiani, iraniani e russi in un unico progetto, superare mille ostacoli burocratici, organizzativi, economici e puntare dritti solo ad un obiettivo: portar via la piccola Kasya, con la sua stella bianca su una pinna che ricorda la stella Cassiopea, da un vecchio e cadente delfinario di Teheran ormai chiuso da mesi a causa Covid. E riuscire ad organizzare un volo straordinario per farla arrivare in uno spazio nuovo, sempre un delfinario ma più grande, attrezzato e in compagnia di altri simili, in attesa di poterle ridarle finalmente la libertà.

La storia di Kasya, la delfina prigioniera da nove anni a Teheran

È la storia di Kasya, delfina rubata al mare nove anni fa e vissuta prigioniera al Milad Tower’s Dolphinarium di Teheran, un piccolo acquario privato all’interno della più alta torre della città. È la storia del suo arrivo dopo mille peripezie al Kish Dolphin Park, a Kish Island, al largo della costa meridionale dell’Iran, nel Golfo Persico. Ed è anche la storia di un gruppo di animalisti, veterinari e volontari molto caparbi e molto determinati, capeggiati da Massimo Vacchetta, il fondatore del centro recupero ricci La Ninna, conosciuto per l’abnegazione con cui si prende cura dei suoi piccoli ricci dalle parti di Cuneo. Assieme a lui Carmen Aiello dell’associazione Salviamo gli Orsi della luna; il veterinario iraniano Amir Shirazin, direttore dell’Iran Caspian Seal Conservation Center; il veterinario russo Ivan Zatsepilov, che si è preso cura della delfina all’interno della struttura di Teheran; il veterinario italiano Marco Campolo e il collega spagnolo Manuel Garcia Hartmann che continueranno a occuparsi di Kasya a Kish Island; il Consolato iraniano a Milano, perché è impossibile risolvere casi ingarbugliati come questo senza l’aiuto delle istituzioni. Anche una famosissima attrice iraniana, Mitra Hajjar, ha voluto dare una mano. Una storia con tanti protagonisti, quindi, dove l’Italia per una volta ha coordinato tutti, con un obiettivo finale: riportare Kasya in mare.

Italiani, iraniani e russi insieme per salvare Kasya

Kasya a Teheran. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian
in foto: Kasya a Teheran. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian

«La storia di Kasya ha sollecitato la parte più limpida delle persone che ci hanno aiutato e la loro compassione – commenta Massimo Vacchetta – Questa generosità sarà fondamentale ora per trovare i fondi necessari al mantenimento di Kasya nel delfinario dell’isola di Kish, l’unica struttura dell’Iran idonea ad accoglierla, fino a che non sarà possibile restituirla alla libertà. Siamo molto felici di aver ottenuto oggi questo risultato, grazie agli sforzi congiunti di persone appartenenti a culture, religioni ed etnie diverse, durante lunghi mesi di impegno e di estenuanti incertezze. Mesi nei quali abbiamo elaborato molteplici soluzioni, che abbiamo dovuto abortire a causa della pandemia o di sopravvenute difficoltà di trasporto. Un grazie va alle autorità iraniane e, in particolare, al diplomatico Daryoush Sowlat, console iraniano a Milano, e al segretario Mohammad Siahjani, il cui supporto è stato fondamentale per il successo dell’operazione».

Il trasferimento di Kasya da Teheran a Kish Island con un aereo trasformato per lei

Le operazioni di recupero. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian
in foto: Le operazioni di recupero. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian

Il momento più complicato, come spesso avviene in questi casi, è stato il trasferimento. Non è difficile indovinare lo smarrimento e lo stress provato da Kasya mentre la prelevano dalla vasca dove era abituata a vivere, seppur tra mille difficoltà, e la spostano prima in una cassa attrezzata con cui trasferirla, con un camion, fino all’aereo modificato appositamente per accoglierla. In volo su un charter della Pouya Airlines, immersa in una vasca, allestita smontando parte dei sedili dell’aereo, Kasya ha raggiunto il Kish Dolphin Park, nel sud dell’Iran. «Qui potrà stare al sicuro e ritrovare la vitale relazione con altri delfini», aggiunge Carmen Aiello di Salviamo gli Orsi della Luna, un’associazione che da anni si dedica al salvataggio degli Orsi nel sudest asiatico. «Stiamo lavorando perché questa non sia comunque la soluzione definitiva. I veterinari valuteranno la possibilità di trasferire Kasya in un centro di riabilitazione con l’obiettivo di regalarle la libertà in un area marina protetta».

Il delicato trasferimento di Kasya verso l'aeroporto. Video di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian 

Una petizione e un video resero pubblica la sua storia

Kasya viene trasferita in aeroporto. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian
in foto: Kasya viene trasferita in aeroporto. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian

La storia di Kasya era diventata pubblica nell’aprile 2020 grazie a un video e a una petizione promossa da Thomas Moreau di YouCare France sulla piattaforma Change.org, che in pochi giorni aveva raggiunto 80.000 firme. Il video mostra una delfina sofferenze e prigioniera, senza via di scampo, al Milad Tower’s Dolphinarium di Teheran, dove Kasya aveva trascorso i suoi nove anni di prigionia dopo essere stata catturata illegalmente nel Mar Caspio. Nove anni tra addestramenti e spettacoli in una mancanza di libertà dolorosa e durissima per un animale abituato a nuotare ogni  giorno in chilometri e chilometri di mare aperto. Prigionia divenuta ad un certo punto insopportabile alla morte di Alpha, la sua compagna di vasca fino al dicembre 2019. I delfini sono animali sociali, vivono in gruppo e si sostengono a vicenda. Inconcepibile per loro la vita solitaria, per di più in una vasca di cemento. Una condanna a morte che Kasya aveva accettato: rifiutando il cibo, come aveva cominciato a fare, Kasya stava dicendo a tutti che aveva rinunciato a vivere.

Un trasferimento pieno di complicazioni

Kasya al Milad Tower’s Dolphinarium di Teheran. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian
in foto: Kasya al Milad Tower’s Dolphinarium di Teheran. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian

Il video attira l’attenzione di Vacchetta. «C’eravamo subito dati da fare per raccogliere fondi – spiega il veterinario – Il video della delfina che, letteralmente, piangeva nella sua solitudine mi aveva veramente impressionato. Ma riuscire a capire la storia, i referenti e le possibilità di intervento fu davvero complicato anche a causa delle difficoltà linguistiche. La situazione si aggravò quando, a febbraio 2020, il delfinario è stato chiuso a causa del Covid. Kasya ha vissuto mesi di apatia, nei quali non nuotava, mangiava pochissimo, sembrava volersi abbandonare alla morte. Il collega Zatsepilov ha avuto un ruolo essenziale per la sua ripresa: ogni giorno, nonostante l’emergenza sanitaria, le è stato accanto con una dedizione eroica. Ha vissuto nel delfinario per non abbandonarla e, grazie alle sue cure, piano piano, Kasya ha ricominciato a mangiare, a nuotare, a vivere».

Il tentativo di trasferire Kasya in Crimea

Una volta recuperata la salute di Kasya inizia il tentativo di trasferirla in Crimea, facendole costruire una vasca di riabilitazione in una riserva marina nel Mar Nero che avrebbe dovuto servire per la quarantena necessaria prima della liberazione in mare. Ma il tentativo fallisce. «La finestra temporale per trasferire la delfina in quella vasca di riabilitazione che attinge l’acqua dal Mar Nero, è limitata ai mesi estivi, quando la temperatura dell’acqua è di 22° C, come quella del delfinario – spiega Vacchetta che ha seguito personalmente tutto l’iter – Ma l’estate del 2020 è trascorsa senza riuscire a trovare contributi sufficienti per pagare un volo speciale e costoso come quello necessario per trasferire un delfino. E così abbiamo dovuto cercare nuove soluzioni».

 

Kasya a Kish Island insieme ad altri delfini. Video di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian

30mila euro già raccolti per liberarla in una riserva marina in Crimea

Dopo l’estate il gruppo si ricompatta con l’idea di non abbandonare Kasha al suo destino. E a gennaio, pochissimi giorni fa, la delfina viene finalmente prelevata dal piccolo acquario nella torre di Teheran e trasportata nel sud. E ora cosa succederà? «Adesso che siamo certi che Kasya non è più sola e le sue condizioni sono buone, inizieremo a cercare tutti i modi possibili per ridarle la libertà in un’area marina protetta. I costi per mantenerla nel delfinario iraniano sono molti, circa 3 mila euro al mese. Per ora il Centro ricci La Ninna e l’associazione Salviamo gli Orsi della luna hanno anticipato circa 30 mila euro, i fondi necessari per trasferire Kasya a Kish Island e mantenerla là fino all’estate. Una somma ancora più grande servirà per trasferirla nel centro di riabilitazione sul Mar Nero e poi liberarla».

La nuova raccolta fondi per salvare Kasya

Kasya arriva al delfinario dell’isola di Kish. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian
in foto: Kasya arriva al delfinario dell’isola di Kish. Foto di Katayoon Jahangiri e Moahamad Norouzian

Per questo Vacchetta confida nella collaborazione degli amanti degli animali. «Quanti volessero aiutare Kasya nel suo percorso verso la libertà, potranno effettuare una donazione alle due associazioni che stanno coordinando la raccolta fondi: il Centro recupero ricci La Ninna (Iban IT10K 06305 46851 000010157449) e Salviamo gli orsi della luna (Iban IT 31 R 07601 03200 00000 99741712), specificando nella causale “Donazione per Kasya”». Sarà inoltre possibile seguire l’evoluzione della storia anche sulla pagina Facebook del Centro ricci La Ninna. «Tutti vogliamo più di ogni altra cosa che per Kasya arrivi il momento di tornare in mare, finalmente libera. Ma ci auguriamo altrettanto fortemente che animali come i delfini non siano più costretti a vivere prigionieri nei delfinari: ma questo accadrà soltanto quando le persone capiranno che l’unico modo per chiuderli davvero tutti è non andare più ad assistere agli spettacolo. Solo in quel modo tenerli lì non sarà più in affare, solo in quel modo non ci sarà più bisogno di catturarli e privarli della libertà».

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