Da sempre abbiamo immaginato che il cranio di un picchio si comportasse come un elmetto per attutire gli impatti, ma ci sbagliavamo: una recente ricerca afferma che il suo potere di ammortizzare gli urti è molto limitato ma il motivo per cui non si fa male picchiando la testa contro le superfici è la ridotta dimensione del cervello.

I ricercatori dell'Università di Anversa, in Belgio, hanno pubblicato uno studio sulla rivista Current Biology affermando che, essendo il cranio un mezzo non troppo adatto ad ammortizzare gli urti, il cervello dei picchi potrebbe essere esposto a continui traumi cranici dovuti all'incessante martellare dei loro becchi sui tronchi, ma ciò non accade.

I picidi, in effetti, sono ben noti per i numerosi buchi che lasciano nei tronchi dopo aver martellato tenacemente le cortecce degli alberi per alimentarsi di larve di insetti o per creare cavità dove nidificare. Il martellamento stesso ha anche una funzione territoriale, per segnalare la propria presenza a possibili rivali.

Più o meno tutti i picchi hanno un loro ritmo personale di tamburellamento e, se si presta attenzione, è possibile distinguere nettamente il suono che emette un picchio rosso maggiore (Dendrocopos major) che ha il ritmo di percussione più veloce fra tutti i picchi con circa 10-16 colpi al secondo che somiglia a un "tratatatatata", da quello del picchio rosso minore (Dryobates minor), più leggero e sommesso che suona più come un "tiritiritiriti".

I ricercatori hanno analizzato i video ad alta velocità di tre specie di picchi e hanno quantificato la decelerazione del cranio dopo l'impatto con la superficie. Dopodiché, hanno utilizzato questi dati per creare dei modelli biodinamici, veri e propri scenari virtuali nei quali si riproducono simulazioni di beccata del picchio per comprendere come sia possibile attutire tutta quella forza dopo ogni colpo di becco e la risposta è stata sconvolgente: il cranio dei picchi non assorbe gli urti degli impatti.

Così facendo i ricercatori rischiano di cambiare per sempre l'immagine che molti hanno di questi uccelli, incluso il famoso protagonista dell'omonimo cartone animato: Picchiarello, il personaggio della Universal Pictures ideato da Walter Lantz nel 1940, che martella con il suo becco qualsiasi superficie di legno per fare dispetti agli altri personaggi esponendosi, quindi, a traumi cranici ed emorragie celebrali.

Fortunatamente, però, gli studiosi offrono una spiegazione su come questi animali riescano a sopravvivere ugualmente al ripetuto picchiettare sul legno, nonostante il loro cranio non sia un ottimo strumento di protezione. I cervelli dei picchi, infatti, sono più piccoli rispetto a quello di molti altri animali ed evitano così di sbattere contro le pareti della calotta cranica ad ogni beccata.

Nonostante ciò, gli autori sottolineano comunque che, se un picchio dovesse sbagliare superficie e martellare su un blocco di cemento o una lastra di metallo, ad esempio, rischierebbero una commozione celebrale. Fortunatamente di questi incidenti non se n'è mai sentito parlare e i picchi non corrono alcun pericolo di riportare traumi cranici per aver cercato larve in un palo della luce o un traliccio dell'alta tensione.

Il team di scienziati belga confuta, quindi, una volta per tutte la teoria da sempre accettata dai naturalisti per cui il cranio si comporta come un casco per assorbire gli urti, aggiungendo anche che, da un punto di vista evolutivo, i risultati potrebbero spiegare perché non ci sono picchi con teste e muscoli del collo molto grandi. Un cranio più grande e una potenza di beccata maggiore, infatti, significherebbe sicuramente una maggiore probabilità di traumi celebrali.

Possiamo, quindi, continuare a osservare queste magnifiche creature, che siano in natura o in versione animata in televisione, senza doverci preoccupare per la loro salute. I picchi continueranno a beccare sulle cortecce e a noi non resta che aguzzare l'udito e imparare a riconoscere un "tratatatatata" da un "tiritiritiriti".