27 Dicembre 2022
11:02

Il caso del cimitero dei rettili marini del Nevada

Dopo decenni, i paleontologi sono forse riusciti a risolvere uno degli enigmi più longevi della paleontologia moderna: come è stato possibile trovare fossili di ittiosauro in un deserto?

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I paleontologi dello Smithsonian National Museum of Natural History se lo domandano da tempo, ovvero dai primi ritrovamenti di rettili marini in pieno deserto, risalenti agli anni 50. Come ci sono arrivati i fossili di 37 rettili marini, risalenti a circa 230 milioni di anni fa, ovvero al Triassico superiore, all'interno del Nevada centrale?

I fossili sono stati trovati all'interno di una vecchia miniera d’argento dismessa, nella formazione Luning nel West Union Canyon, che ai tempi del lontano West forniva allo stato ogni anno tonnellate di prezioso metallo. Fino però ai primi ritrovamenti, nessuno auspicava la presenza di fossili così antichi all'interno della struttura. Dopo però decenni di analisi, simposi e di dibattiti effettuati all'interno delle aule accademiche e del prestigioso museo americano, finalmente gli scienziati sono riusciti a proporre una soluzione al mistero, pubblicando un articolo su Current Biology settimana scorsa.

Un cimitero o una nursery?

Non è la prima volta che i paleontologi scovano dei reperti fossili di animali marini in pieno deserto. Molto noti infatti sono il caso del basilosauro – parente delle moderne balene, vissuto 40 milioni di anni fa – e dello spinosauro, che per quanto animale terrestre viveva probabilmente in un contesto di delta fluviale ed era semi-acquatico. Nessun altro ritrovamento però è risultato così enigmatico come quello avvenuto in Nevada, in parte perché lo stato americano dista dal mare più di 1000 chilometri, ma soprattutto perché i ritrovamenti si rifanno ad un periodo geologico così antico – il Triassico superiore – che hanno creato molte difficoltà per comprenderne la causa e le condizioni ambientali della morte e della successiva fossilizzazione.

Per comprendere il mistero, bisogna per prima cosa ricordare che 230 milioni di anni fa l'America settentrionale era collegata a tutte le altre terre emerse, formando quel supercontinente che tutti noi conosciamo dai libri di scuola come Pangea. Ed è proprio studiando i sedimenti e i reperti risalenti a quel periodo se i geologi sono riusciti ad ipotizzare che all'epoca una lingua di mare non molto profonda si spingesse ben oltre l'attuale linea di costa della California, giungendo all'interno del territorio del Nevada.

L'animale più rappresentativo del sito del Nevada è l'ittiosauro gigante Shonisaurus, con circa sette scheletri ben conservati e centinaia di altre ossa provenienti da altri trenta esemplari. Questa specie è fra le più grandi mai riscontrate, misurando fino a 15/16 metri, e il suo nome significa "lucertola dei monti Shoshone". Proprio a causa delle sue notevoli dimensioni e all'elevato numero di reperti, provenienti da diversi individui, i paleontologi si sono chiesti quale potesse essere la ragione che abbia spinto un così grande numero di animali marini a morire nello stesso luogo.

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Considerando che le ossa presentano pochissime tracce evidenti di predazione o di traumi, potenzialmente prodotti da frane sottomarine, per decenni i paleontologi hanno creduto allora che la località in cui oggi è presente la formazione Luning fosse un luogo in cui i grandi rettili marini andavano a morire, similmente al mitico cimitero degli elefanti che attualmente risiede in alcuni grandi parchi naturali dell'Africa. Nuove linee di pensiero però si sono sviluppate nell'arco degli ultimi trent'anni, anche grazie ad una nuova analisi di tutti i reperti, ed è solo di qualche giorno fa la pubblicazione della proposta che vede la formazione Luning come una nursery. Non un cimitero e neppure il luogo di uno spiaggiamento.

«Diverse prove puntano tutte verso questa spiegazione: il Nevada era un luogo in cui gli ittiosauri giganti sono venuti a partorire» chiarisce uno degli autori dello studio pubblicato su Current Biology, Nicholas Pyenson , curatore di fossili di mammiferi marini allo Smithsonian National Museum of Natural History.

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Per dare un'occhiata agli enormi scheletri, i ricercatori hanno utilizzato le migliori tecnologie e la scansione 3D per creare un modello digitale dettagliato di ciascun esemplare. Anche perché le ossa sono state conservate in diversi strati rocciosi, suggerendo che le creature potrebbero essere morte non in un unico evento ma a centinaia di migliaia di anni di distanza. «Questo è stato l'elemento che ci ha portato ad escludere la teoria della frana» afferma Pyenson.

La svolta però davvero importante è arrivata quando finalmente i ricercatori sono riusciti a studiare alcune delle minuscole ossa che si presentavano fra i sedimenti, quasi nascosti tra i massicci fossili di quelli che si sarebbero rivelati gli scheletri degli adulti. Con i modelli digitali, i paleontologi si sono resi conto che i frammenti di ossa più piccoli appartenevano ad embrioni e neonati, permettendo ai ricercatori di concludere che la località venisse sfruttata come un reperto maternità dei moderni ospedali.

«Le creature si sono recate sul sito in gruppi probabilmente per proteggersi mentre partorivano o per aiutare i nuovi nati a compiere il primo respiro» conclude il paleontologo statunitense, facendo un parallelismo con gli attuali squali -che partoriscono i loro piccoli – e i mammiferi marini moderni.

Gli studiosi ritengono che l'elevato numero di fossili derivi dalla morte di molte madri e dalla loro prole nel corso dei millenni. Inoltre il fatto che pochissimi resti presentino tracce di predazioni indica come il tratto di mare dove questi animali andavano a partorire fosse un luogo tutto sommato tranquillo. Difficile da raggiungere per i predatori e perfetto per compiere migrazioni.

Se confermati, questi riscontri permetterebbero ai paleontologi anche di individuare uno dei più antichi siti di migrazione di creature marini della Terra.

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Sono laureato in Scienze Naturali e in Biologia e Biodiversità Ambientale, con due tesi su argomenti ornitologici. Sono un grande appassionato di escursionismo e di scienze e per questo ho deciso di frequentare un master in comunicazione scientifica. La scrittura è la mia più grande passione.
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