Il recupero della matassa di rete gigante nell’ultima operazione di Sea Shepherd Italia (credits:@SeaShepherdItalia)
in foto: Il recupero della matassa di rete gigante nell’ultima operazione di Sea Shepherd Italia (credits:@SeaShepherdItalia)

Ad uccidere il mare non è soltanto l’inquinamento. Anche lo sfruttamento insostenibile di tutte le forme di vita che lo abitano è in cima alla lista dei pericoli, con circa il 90% degli stock ittici di tutto il mondo in esaurimento e la metà delle barriere coralline già persa.

Gran parte di questo scempio, che ogni giorno porta a perdite che non si potranno più recuperare, è a causa della pesca non sostenibile: pesca illegale e overfishing, cioè eccesso di pesca, sono infatti le due forme di rapina subite quotidianamente dai nostri mari al collasso.

Ed è proprio contro l’ennesimo capitolo di pesca illegale, quella che le coste italiane subiscono ormai da anni a causa delle chilometriche reti che infestano molti fondali italiani devastati, i cosiddetti “muri della morte”, che è scattata una nuova operazione di Sea Shepherd Italia, la costola italiana della celebre organizzazione internazionale capitanata da Paul Watson.

L'ultima operazione di Sea Shepherd Italia contro le "reti fantasma"

La rete recuperata da Sea Shepherd Italia (credits:SeaShepherdItlaia)
in foto: La rete recuperata da Sea Shepherd Italia (credits:SeaShepherdItlaia)

«Questa mattina una rete derivante illegale con dimensioni delle maglie di 43 centimetri è stata recuperata da Sea Shepherd in collaborazione con la Guardia Costiera – Comando di Vibo Valentia – spiega Andrea Morello, fondatore e direttore della Sea Shepherd Italia – L’immenso “muro della morte” è stato trovato la sera precedente mentre l’equipaggio della Sea Eagle era impegnato nei pattugliamenti in coordinamento con la Guardia di Finanza, a venti miglia nautiche da Belmonte Calabro».  Un ritrovamento anomalo, visto invece del classico serpentone di rete lungo decine di chilometri, questa volta è stata ritrovata un’enorme matassa galleggiante.

La matassa di rete issata sulla Sea Eagle (credits:@SeaShepherdItalia)
in foto: La matassa di rete issata sulla Sea Eagle (credits:@SeaShepherdItalia)

Aggrovigliata su se stessa, infatti la rete spadara era stata abbandonata, trasformandosi così in una pericolosissima rete fantasma, capace di inglobare e uccidere decide e decine di pesci, senza alcuna distinzione. Così imponente nelle dimensioni, da non poter neanche essere issata a bordo della motonave Sea Eagle con cui si è svolta l’operazione.

«Giaceva abbandonata nel mare come un informe mostro rossastro capace di uccidere ancora e ancora – prosegue Morello. – Il nostro equipaggio ha dunque legato quell’immenso coagulo informe e l’ha trainato in porto. Lì è stata presa in consegna dalle autorità grazie all’aiuto dell’Operativo Mezzi Rimorchiatori Tecnici per essere trasferita sulla terraferma».

Zeno, un drone subacqueo per scandagliare il fondo mare

Il dorne subacque Zeno mentre viene calato in mare (credits:@Greenpeace)
in foto: Il dorne subacque Zeno mentre viene calato in mare (credits:@Greenpeace)

Ancora presto per sapere quanti abitanti del mare sono rimasti incastrati nella rete recuperata. Ed è ancora presto per sapere quali danni una rete di questo genere possa aver procurato. Perché un altro elemento di questa gigantesco problema è proprio l’impossibilità di verificare lo stato dei fondali, la difficoltà di mappare i danni della pesca illegale. Una fotografia vera e propria dello stato delle cose, più facile sulla terraferma, diventa complicatissima in profondità.

Proprio per questo motivo è nato Zeno, un drone subacqueo progettato dal Dipartimento di ingegneria dell'informazione dell'Università di Pisa in collaborazione con Greenpeace per scandagliare i fondali delle aree protette e trovare tracce di pesca a strascico di frodo. Nei giorni scorsi, i ricercatori hanno effettuato un primo test nei fondali di Castiglione della Pescaia, e le attività proseguiranno nei prossimi mesi nella zona foce dell’Ombrone e nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

«Se la pesca deve con urgenza diventare sostenibile e meno impattante sugli habitat e sugli ecosistemi, dobbiamo dotarci anche di strumenti adeguati al monitoraggio dei nostri fragilissimi ecosistemi- spiega Alessandro Gianni di Greenpeace – Proprio per questo, per migliorare le nostre capacità di verifica, e per meglio raccontare e difendere il mare, ci siamo rivolti al mondo della ricerca». La verifica, quindi, dovrà evidenziare i danni arrecati dalla pesca a strascico soprattutto mappando i fondali “grattati” su cui sono rimasti solchi profondi con effetti disastrosi per le praterie di posidonia e le distese coralline, senza pensare ovviamente alle grandi quantità di pesce tirato a riva.

«La pesca a strascico – conclude Giannì – è consentita solo lontano dalla costa e ovviamente è vietata nelle aree protette. Controllare le attività illegali è molto difficile e la pesca artigianale ha più volte denunciato simili comportamenti di cui è però difficile avere evidenze».

Il drone Zeno realizzato dall’Università di Pisa in collaborazione con Greenpeace(credits:@Greenpeace)
in foto: Il drone Zeno realizzato dall’Università di Pisa in collaborazione con Greenpeace
(credits:@Greenpeace)

Il drone subacqueo, nato dalla collaborazione tra Greenpeace e il Dipartimento universitario DII, permetterà un monitoraggio più attendo e dettagliato anche di fondali fino ad oggi inarrivabili, in grado di rilevare i solchi lasciati dalle reti sui fondali, e quindi individuare avvenute attività illecite in aree protette. «Il robot che abbiamo chiamato Zeno – spiega Riccardo Costanzi, docente di robotica al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa – è dotato di telecamere e sonar.

Da Zeno, infatti partiranno segnali acustici diretti al fondale, per stabilire in modo preciso la conformazione e la presenza di solchi grazie all’analisi dell'eco riflessa. Inoltre, il robot è dotato di telecamera, e dopo il suo monitoraggio potremo quindi unire le informazioni visive e quelle acustiche, ed avere una mappatura precisa del fondale marino a profondità superiori a 50 metri, profondità di solito molto difficili da monitorare».

Marevivo e Ecotyre insieme per raccogliere pneumatici dal fondo del mare e riciclarli

Sub recuperano pneumatici abbandonati sul fondo del mare (credits:@Marevivo)
in foto: Sub recuperano pneumatici abbandonati sul fondo del mare (credits:@Marevivo)

Anche la pulizia dei fondali da reti e attrezzi da pesca abbandonati  fa parte del processo di rivalutazione e recupero dei nostri mari. Ed è qui che entrano in gioco i sub con un lavoro di recupero fondamentale. Marevivo ed Ecotyre, insieme anche per il 2022, con la loro campagna di recupero e smaltimento di pneumatici abbandonati sul fondo del mare, hanno puntato non solo sulla pulizia dei fondali ma anche sul trattamento e riuso dei penumatici recuperati.

«I PFU raccolti – spiegano – saranno portati all’impianto di trattamento più vicino, rispettando la logica di prossimità su cui EcoTyre basa la sua attività, per essere correttamente trattati, opportunamente riciclati e reimmessi nel ciclo dell’economia circolare». L’11 giugno la prima tappa a Mazara del Vallo: complessivamente sono stati recuperati 300 kg di PFU, grazie alle operazioni dei diving Scuba School Mazara e del Gruppo Subacqueo della Lega Navale Italiana di Mazara del Vallo che hanno ripulito il Porto Nuovo-Banchina Mokarta dai PFU che giacevano sul fondo del mare. Prossime tappe, dopo Mazara del Vallo: Gaeta, Isola delle femmine, Alghero, Viareggio, Laguna di Orbetello, Lampedusa.

L’associazione Marevivo Onlus, che dal 1985 si occupa della tutela del mare e dell’ambiente, ha recentemente promosso in collaborazione con Scubadvisor, la prima App al mondo interamente dedicata agli amanti delle immersioni che offre la possibilità di segnalare con foto e descrizioni i siti sottomarini a rischio e che permetterà di monitorare i fondali deturpati dai rifiuti con l’obiettivo di disegnare lo stato di salute dell’ambiente sottomarino italiano. Disponibile gratuitamente per IOS e Android, l’App permetterà di inviare la segnalazione allegando una o più foto con descrizione del sito marino danneggiato nel pieno rispetto dell’anonimato e della tutela della privacy.

L’app sarà in grado di identificare esattamente le coordinate GPS e le fornirà a Marevivo che metterà a punto un data-base con tutte le segnalazioni per monitorare, e ove possibile recuperare, i rifiuti presenti sui fondali. «Il fatto che i rifiuti non si vedano non significa che non ci sono e che non costituiscano una minaccia grave per il mare e i suoi abitanti – commenta Rosalba Giugni, Presidente di Marevivo. – Questa app coinvolgerà altre centinaia di occhi che ci aiuteranno ad acquisire informazioni utili e preziose per la costruzione di una banca dati e di una mappatura di questi rifiuti antropici che danneggiano l’ecosistema marino».