15 Maggio 2023
16:20

Cosa sta succedendo alle farfalle di mare in Antartide?

Alcuni scienziati che studiano gli ecosistemi marini antartici hanno scoperto che alcune specie di farfalle di mare potrebbero essere più vulnerabili ai cambiamenti climatici rispetto ad altri organismi più studiati e tutelati.

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Sono moltissime le specie marine che rischiano di estinguersi per colpa dei cambiamenti climatici o per via dell'acidificazione degli oceani. Tra queste abbiamo tartarughe, balene, pesci di vario tipo, diverse tipologie di coralli e squali. Un nuovo studio pubblicato tra le pagine di Frontiers mostra però come diversi animali non particolarmente conosciuti dalla massa come le farfalle di mare – piccole lumache marine semitrasparenti – sembrano essere particolarmente vulnerabili a queste sfide ambientali rispetto ad alcune delle specie più carismatiche sopra elencate, che, avendo già una maggior presa nei confronti della opinione pubblica, ottengono molti più fondi per la loro conservazione.

Questa discrepanza di trattamento, ritengono gli scienziati, rischia così di condannare all'estinzione moltissime forme di vita non ancora studiate, soprattutto negli habitat meno esplorati dalle ricerche, come gli abissi dell'Oceano Antartico, una delle regioni più importanti per la sopravvivenza delle cosiddette "farfalle di mare". «Questi organismi sono dei molluschi gasteropodi, definiti tecnicamente come pteropodi per via della presenza di un piede carnoso che forma delle appendici laterali simili ad ali», chiariscono gli autori dello studio, fra cui Clara Manno, ricercatrice presso il British Antarctic Survey.

Secondo gli scienziati, queste specie stanno diventando sempre più studiate di recente poiché la loro conchiglia è particolarmente vulnerabile all'acidificazione, processo che sta mettendo seriamente in pericolo tutte le creature che hanno un guscio composto da carbonato di calcio. «L'acidificazione degli oceani è un altro macabro risultato causato dalle attività antropiche – spiega la dott.ssa Manno – ed è dovuto all'assorbimento del mare di circa un quarto di tutte le emissioni di anidride carbonica (CO2) prodotte dall'uomo».

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Una farfalla di mare che mostra i segni negativi dovuti al’acidificazione degli oceani. Foto da Wikimedia Commons

Durante l'assorbimento, la CO2 reagisce infatti con l'acqua salata in modo tale che i livelli di acidità degli oceani aumentano, riducendo le concentrazioni di ioni liberi di carbonio che costituiscono l'elemento principale con cui buona parte delle specie marine producono gusci e conchiglie. E visto che questo processo è in atto già da diversi decenni, la scomparsa di questi ioni sta sottoponendo le popolazioni di molti molluschi a un grave crollo demografico, che se dovesse continuare potrebbe portare molte specie all'estinzione.

Un'altra conseguenza grave dell'eventuale scomparsa delle farfalle di mare, e di tante altre tipologie di organismi dotati di gusci, sarebbe l'alterazione massiccia dell'intera catena alimentare dell'oceano. Un evento che nessun biologo marino si augura di veder accadere, poiché sarebbe il preludio a un disastro ancora più grave e a una perdita ancora più ingente di biodiversità. «Per questo approfondire la conoscenza del ciclo di vita delle farfalle di mare può essere l'elemento chiave per migliorare la previsione degli impatti dell'acidificazione degli oceani sull'ecosistema antartico», sottolinea la dott.ssa Manno insieme al resto del team di scienziati sbarcati in Antartide per realizzare questo studio.

Per il loro lavoro, gli scienziati hanno così raccolto, tramite trappole per sedimenti poste a circa 400 metri di profondità, molti pteropodi, cercando di catturare esemplari di tutte le età, dai giovani appena nati ai riproduttori già adulti. «È impossibile osservare l'intero ciclo di vita delle farfalle di mare in un ambiente di laboratorio, quindi abbiamo dovuto mettere insieme le informazioni sulla loro deposizione delle uova, sul tasso di crescita e sulla struttura della popolazione direttamente nei luoghi in cui passano la maggior parte del tempo», aggiunge la dott.ssa Vicky Peck, anch'essa ricercatrice presso il British Antarctic Survey e coautrice dello studio.

Peck chiarisce anche che studiare questi molluschi non è una impresa da poco. Questi animali possono infatti misurare anche meno di un millimetro e alcuni sono anche semi-trasparenti. Inoltre, per due delle specie studiate – Limacina rangii e Limacina retroversa – gli scienziati hanno osservato anche cicli di vita molto più complessi di quanto creduto in precedenza. Gli adulti e i giovani di L. rangii, infatti, convivono durante i mesi invernali, mentre la popolazione invernale di L. retroversa sembra essere composta esclusivamente da forme adulte. Un dato che ovviamente dimostra come queste due specie affrontano in maniera differente la stagione più fredda, che è poi anche quella in cui l'acqua dell'oceano diventa più acida, poiché le temperature più basse aumentano la dissoluzione della CO2 nell'oceano.

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Clione limacina, conosciuta anche come angelo di mare o farfalla di mare nuda

Mentre la popolazione adulta di L. retroversa rischia di scomparire ogni qual volta l'inverno li sottopone a condizioni ambientali sfavorevoli, sembra invece che la convivenza tra adulti e giovani di L. rangii si sia evoluta proprio come risposta strategica di adattamento alle sfide connesse all'acidificazione. In caso di anni particolarmente sfavorevoli per la sopravvivenza, la stabilità complessiva della popolazione viene infatti garantita con la produzione di un maggior numero di uova – nel caso degli adulti – o assimilando più lentamente il carbonio – nel caso invece delle forme giovanili.

Tuttavia, anche se L. rangii sembra reagire per affrontare le sfide connesse all'acidificazione, i ricercatori hanno però notato che entrambe le specie rischiano di estinguersi se sottoposte per lunghi periodi a bassi livelli di acidità. Questo perché i periodi di deposizione delle uova si stanno sempre più spesso sovrapponendo anche alle crisi legate all'assimilazione della CO2 anche nei mesi caldi e che sono a loro volta provocate sempre dall'aumento dei gas serra in atmosfera.

«L'esposizione ripetuta o prolungata a queste condizioni sfavorevoli mette in gravi condizioni lo status di salute di queste popolazioni», avvertono i biologi, e potrebbe mettere a rischio le fasi di vita più vulnerabili di queste specie, le larve. Se queste dovessero scomparire, gli adulti e le uova già presenti nell'oceano potrebbero non riuscire a garantire la sopravvivenza di queste specie nonché la stabilità della catena alimentare a lungo termine, spiegano gli scienziati. Con conseguenze nefaste per l'intera stabilità degli ecosistemi.

La loro scomparsa, infatti, comporterebbe una moria di massa di tante altre specie di molluschi e di pesci presenti negli oceani vicini all'Antartide, all'Oceania, al Sud America e all'Africa. Le popolazioni ittiche locali rischierebbero di non trovare più plancton e i pesci di interesse commerciale e moltissimi mammiferi marini sarebbero costretti a migrare verso Nord, dove le già stressate comunità atlantiche si trovano ad affrontare il sovrasfruttamento della pesca. Se vogliamo dunque evitare un'estinzione che avrebbe pesanti conseguenze anche a livello economico, gli autori dell'articolo consigliano di iniziare a tutelare anche queste forme di vita poco conosciute, oltre che a promuovere campagne di ricerca connesse allo studio del loro ambiente.

Sono laureato in Scienze Naturali e in Biologia e Biodiversità Ambientale, con due tesi su argomenti ornitologici. Sono un grande appassionato di escursionismo e di scienze e per questo ho deciso di frequentare un master in comunicazione scientifica. La scrittura è la mia più grande passione.
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