11 Aprile 2023
18:23

Convivenza tra orsi e persone. Il direttore del Pnalm: «L’Abruzzo non è il modello. Continuiamo a lavorare»

Dopo la morte del runner in Val di Sole si rincorrono i parallelismi tra la gestione degli orsi in Abruzzo e in Trentino. Un paragone pretestuoso che secondo il direttore del Pnalm allontana dall'obiettivo vero: trovare un equilibrio tra le ragioni della scienza e le necessità della politica.

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Intervista a Luciano Sammarone
Direttore del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise
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«Il modello Abruzzo ha le sue falle e i suoi problemi, è tutto tranne che perfettamente a misura d'orso. Siamo lontani dall'essere un modello, ma ci impegniamo e lavoriamo con fatica per informare e convincere le persone che gli orsi devono stare sul territorio. Non azzarderei quindi parallelismi tra il nostro territorio e la situazione del Trentino, ma proporrei una riflessione sul modo con cui ci approcciamo alla natura selvaggia, un elemento del quale abbiamo perso ogni consapevolezza». Così il direttore del Parco nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise, Luciano Sammarone, ha raccontato la sfida di gestire comunità di orsi all'interno di territori urbanizzati.

La discussione su come rendere possibile la condivisione di habitat tra persone e selvatici ha guadagnato le prime pagine dei giornali dopo la morte del 26enne Andrea Papi, trovato senza vita il 5 aprile nei boschi vicino alla sua casa nella Val di Sole, in Trentino, dopo l'attacco di un orso.

Si tratta della prima aggressione mortale da parte di un orso in Italia, e in concomitanza con la diffusione di questa notizia sono state riproposte dai media un gran numero di titoli choc, dichiarazioni ad effetto e pubblicazioni del tutto fuorvianti. Tra questi, anche l'audio di Antonio Rabbia, il 33enne che a dicembre 2022 ha affermato di essere stato morso da un'orsa nella Valle di Comino,  sul versante laziale del Parco d'Abruzzo. Si tratta di un messaggio che Rabbia ha inviato alla moglie, ma non lo troverete su Kodami, perché nulla aggiunge rispetto a quanto scritto e per non contribuire ad accrescere la tensione nei confronti degli orsi dopo l'episodio del giovane morto in Val di Sole.

Anche se la Valle di Comino e la Val di Sole si trovano a più di 700 chilometri di distanza, la notizia dell'audio dell'uomo che è sfuggito all'attacco di un orso ha catalizzato l'attenzione mediatica, insieme alla richiesta di risarcimento che Rabbia avrebbe inviato al Pnalm, e di cui, a 4 mesi di distanza dal fatto, non c'è traccia: «Non ci è mai arrivata nessuna denuncia, né richiesta di risarcimento danni né allora né oggi», conferma Sammarone.

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Il Pnalm: «Mai arrivata richiesta di risarcimento»

Secondo il racconto di Rabbia, il 21 dicembre 2022 mentre era impegnato in una scampagnata con il suo cane Biondo avrebbe incontrato un'orsa. Dopo essere stato morso al ventre dal plantigrado l'uomo è riuscito a scappare e a mettersi in salvo chiamando aiuto. È stato recuperato dai soccorsi e ricoverato all'ospedale Santa Scolastica di Cassino per una distorsione al piede e una ferita all’addome. Il cane invece è stato ritrovato illeso da una volontaria mentre vagava non lontano dal luogo in cui si sarebbe consumata l'aggressione.

Il condizionale in questo caso è d'obbligo dato che la direzione del Pnalm, fin dalla prima diffusione sui media della notizia, ha esposto numerosi dubbi circa l'esatta dinamica dell'episodio. La dinamica ipotizzata da Sammarone, infatti, sarebbe ben diversa: «È possibile che abbia incontrato una femmina con i cuccioli e che questa abbia messo in atto un finto attacco, proprio allo scopo di indurre l'uomo alla fuga. Una fuga che c'è stata e che ha portato effettivamente al suo ferimento. Ben diverso dal dire di aver subito un'aggressione con graffi o morsi, esperienza dalle quali si esce con segni ben diversi».

Secondo le ricostruzioni del Pnalm, Rabbia stava camminando al di fuori dei sentieri del Parco: «C'erano due percorsi segnalati poco distanti, ma lui si è avventurato al di fuori di essi. Inoltre, i cani devono essere tenuti al guinzaglio su 65 dei 153 sentieri ufficiali proprio allo scopo di evitare spiacevoli incontri con la fauna selvatica, il cane in questione però quando è stato ritrovato aveva sì il collare, ma non il guinzaglio. Si tratta di regole pensate proprio per la sicurezza delle persone e nel rispetto degli animali selvatici».

Dopo quell'episodio, Rabbia ha fatto sapere di aver chiesto un risarcimento danni al Parco. Ma il direttore del Pnalm risponde: «Non siamo stati mai contattati né da lui né dai suoi legali».

Ciò non ha impedito di usare la vicenda, e l'audio diffuso in questi giorni, per tracciare un parallelismo tra l'episodio di Antonio Rabbia e la tragica vicenda di Andrea Papi. Una congiunzione che Sammarone rifiuta: «Le due situazioni sono molto diverse a cominciare dalle specie coinvolte: orso bruno marsicano nel primo caso e orso bruno europeo nel secondo. Poi c'è il contesto: il 33enne si è trovato sulla strada di una femmina con i cuccioli; nel secondo Papi era faccia a faccia con un maschio probabilmente appena uscito dal letargo. Si tratta di eventi molto diversi che non andrebbero sovrapposti, anche se entrambi dovrebbero stimolarci a porci più domande rispetto a come gestiamo la nostra convivenza con i selvatici in tutta Italia».

La ricerca di un modello che (ancora) non c'è

«Spesso in questi gironi ho sentito dire che il Trentino dovrebbe guardare al "modello Abruzzo" per la gestione degli orsi, ma la verità è che noi stessi non siamo affatto arrivati a una soluzione che renda facile la condivisione di spazi tra persone e orsi», sottolinea Sammarone.

Una cosa è certa, per la direzione del Pnalm gli abbattimenti di massa non rappresentano una soluzione: «Il caso dell'orso che ha aggredito mortalmente il giovane in Trentino è estremamente particolare, e merita una valutazione a sé, slegata da quella degli altri individui». Il riferimento è alla volontà della Provincia autonoma di Trento di abbattere tutti gli individui ritenuti "problematici".

Si parla di almeno tre orsi nella lista nera del presidente Maurizio Fugatti. Il primo è Mj5, noto come Johnny, l’orso che ha aggredito un uomo in Val di Rabbi solo poche settimane fa; la seconda è  Jj4, una femmina che nel giugno 2020 ferì due persone. Fu lo stesso Fugatti a emettere già all'epoca un'ordinanza per rimuovere l'orsa dal territorio per motivi di sicurezza pubblica, ma, come si legge nell'ultimo report Grandi carnivori «non è stato possibile applicare tale ordinanza di rimozione in quanto la stessa è stata dapprima sospesa e quindi annullata dalle autorità giudiziarie alle quali si sono appellate associazioni animaliste». Un ostacolo che oggi non esiste più dato che l'ISPRA e il Ministero dell'Ambiente hanno dato via libera agli abbattimenti a seguito della riunione di oggi con la Provincia e la Regione.

L'ultimo orso per il quale Fugatti ha firmato l'ordinanza è M62, un maschio nato nel 2018 che non si è reso protagonista di nessuno scontro con esseri umani. La sua problematicità non nasce dalla potenziale aggressività, ma dall'abitudine a frequentare gli insediamenti antropici, specialmente nella Val di Sole, dove in più occasioni ha consumato rifiuti organici. Un modus operandi che richiama da vicino Juan Carrito, l'orso marsicano noto per essere il più confidente del mondo, che ha rischiato di essere rinchiuso in un'area faunistica proprio per l'eccessiva confidenza con l'essere umano, ma che il Pnalm e il Parco nazionale della Majella hanno tenuto in libertà, fino alla morte sulla strada provinciale nota come "killer di orsi".

«Abbiamo fatto di tutto per tenere Carrito in libertà, ci credevamo moltissimo – ricorda Sammarone – Alla fine del 2022 avevamo gioito perché quell'anno non avevamo registrato nessun caso di orso morto: non c'erano stati né incidenti né avvelenamenti intenzionali. E poi, dopo appena 20 giorni Juan Carrito è stato investito. Questo intendo quando dico che nessuno ha le risposte già pronte».

La vicenda di Juan Carrito però ha insegnato anche qualcos'altro: «Gli atteggiamenti fuori dalla norma a volte sono temporanei. Ogni individuo è un caso a sé, Carrito dopo la traslocazione mutò le sue abitudini sensibilmente, ma non è stato l'unico orso a farlo nella storia degli orsi del Pnalm. L'orsa Gemma per un periodo ha stazionato molto vicina ai paesi, sembrava irrimediabilmente confidente, ma oggi non è più così. La stessa cosa è successa ad Amarena, la madre di Carrito, che dopo aver saccheggiato numerosi frutteti l'anno scorso quasi non si è fatta vedere».

Fugatti durante la conferenza stampa del 7 aprile ha annunciato che il suo intento, dopo l'abbattimento del responsabile della morte di Andrea Papi e degli orsi problematici della sua lista nera, è quello di dimezzare la popolazioni di orsi del Trentino, circa 50 individui. «È stato già deciso che sono irrecuperabili e di troppo, dimenticando le logiche della biologia della conservazione – sottolinea Sammarone – In questo caso manca equilibrio nei giudizi e nelle valutazioni, ed è ingenuo pensare che la natura sistemi quello che non va nel giro di pochi anni, perché non risponde ai nostri tempi e alle nostre logiche».

Per Fugatti il problema è nato nei primi anni Duemila, quando è entrato nel vivo il progetto europeo Life Ursus, con il quale si operò il ripopolamento dell'orso bruno europeo, di cui era rimasto solo uno sparuto gruppo sulle Alpi centrali. All'epoca, il Parco Adamello Brenta con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica, usufruendo di un finanziamento dell’Unione Europea, rilasciarono in Trentino alcuni individui provenienti dalla Slovenia.

Secondo Fugatti, rispetto alle previsioni fatte 20 anni fa, oggi in Trentino ci sarebbero 50 individui in più, la sua intenzione è quindi quella di eliminare gli animali in eccesso. Secondo il progetto iniziale, però, gli orsi avrebbero dovuto spostarsi, ricolonizzando tutte le Alpi centrali, cosa che è avvenuta in maniera molto limitata. «La domanda che dovremmo porci è: perché questi animali non riescono ad espandere il loro areale? – si chiede Sammarone –  il Trentino è un luogo in cui crescono, ma è venuto a mancare il passaggio successivo. Perché? A queste domande però è chiamata a rispondere la scienza, e non i proclami della politica. Anche in questo caso si torna sempre allo stesso nodo: trovare un equilibrio tra le ragioni della scienza e le necessità della politica».

Giornalista per formazione e attivista per indole. Lavoro da sempre nella comunicazione digitale con incursioni nel mondo della carta stampata, dove mi sono occupata regolarmente di salute ambientale e innovazione. Leggo molto, possibilmente all’aria aperta, e appena posso mi cimento in percorsi di trekking nella natura. Nella filosofia di Kodami ho ritrovato i miei valori e un approccio consapevole ma agile ai problemi del mondo.
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