Le api stanno scomparendo: pesticidi, perdita di habitat, monocolture, parassiti, malattie e cambiamenti climatici stanno provocando la loro lenta agonia. Ma a morire non sono soltanto loro. Perché è proprio grazie a questi insetti impollinatori che la natura produce il 75% delle piante commestibili. Quindi, insieme alle api, muore un po’ tutto. Un campanello d’allarme che sta suonando già da qualche tempo e che il Museo Civico di Zoologia di Roma ha trasformato in una mostra che appassiona, coinvolge e, soprattutto, spinge a prendersi cura di questi insetti che già in epoca preistorica fornivano il miele all’uomo, come ci raccontano le pitture rupestri della Cueva de Araña, una grotta della provincia valenciana di Spagna.

La mostra La via delle Api

Fino al 27 giugno il Museo Civico di Zoologia della capitale ospita la mostra La Via delle Api, un percorso attraverso il mondo delle api e i loro prodotti curato da Massimo Capula e Carla Marangoni e con il progetto allestitivo di Paola Marzoli. Incentrata sull’ape mellifera, sulla sua organizzazione sociale e sull’importante ruolo che svolge per la conservazione della biodiversità, la mostra è stata realizzata in collaborazione con il Gruppo Api Sparse – A.P.S. in apicoltura e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Lazio e Toscana “M. Aleandri” di Roma. «Abbiamo raccontato il loro mondo partendo proprio dall’alveare e dalla sua organizzazione, illustrando come le api producano il miele, il polline, la propoli e la pappa reale, e quali siano le applicazioni di questi prodotti in campo alimentare, medico e agricolo – spiega Carla Marangoni, zoologa in forza al museo e co-curatrice dell’esposizione – ma l’obiettivo della mostra è soprattutto evidenziare il ruolo delle api nel mantenimento della biodiversità vegetale e animale e sul loro essere ottimi indicatori biologici, poiché dalla loro presenza/assenza e dall’analisi dei loro prodotti si possono ricavare informazioni importantissime sullo stato di salute dell’ambiente».

La struttura sociale delle api e le curiosità

Si scopre così che la struttura sociale delle api prevede tre caste: la famosa ape regina che depone le uova ed è fecondata dai fuchi, cioè i maschi, che costituiscono il 15% degli abitanti dell’alveare. Poi ci sono le api operaie, quelle operose e instancabili nel pulire, produrre cera e miele, impollinare fiori e molte altre attività, che costituiscono ben l’85% della popolazione dell’alveare. Tante anche le curiosità: le api che danzano “scondinzolando” con l’addome per comunicare alle compagne che direzione prendere per trovare i fiori; la produzione del prezioso miele che, deposto nelle cellette, viene disidradato con il battito delle ali; la pappa reale prodotta per nutrire le sole api regine; la differenza con le vespe, carnivore, più longilinee e senza peli; i pungiglioni, che solo le femmine posseggono perché necessario  a deporre le uova, ma poiché le uova le depone solo la regina, le altre femmine si sono adattate ad utilizzarlo per difendere l’alveare.

I motivi della decadenza delle api

In Italia, ad accorgersi che le api stanno inesorabilmente diminuendo e che la cosa deve essere vissuta come un vero e proprio campanello d’allarme, sono stati gli Istituti zooprofilattici regionali. «Una diminuzione importante osservata inizialmente dagli apicoltori che avevano notato anche una progressiva diminuzione dei prodotti delle api, a cominciare da polline e miele». Ma quali sono state negli anni le cause che hanno portato a questa situazione? «I cambiamenti climatici che inducono a aridità o fioriture anomale; la presenza di specie aliene come il calabrone asiatico che mette sotto scacco gli alveari di Piemonte, Liguria e Lombardia. Ma anche le malattie virali e batteriche e, ovviamente, i pesticidi che uccidono direttamente o indirettamente, ad esempio disorientando il volo delle api».

Cosa è possibile fare per invertire la rotta?

«Certamente favorire le aziende che non utilizzano pesticidi e comprare a chilometro 0, sono sicuramene buone pratiche da rinforzare quando non da attivare. Ma anche seminare nei giardini o sui balconi piante che sono utili alle api, cioè il trifoglio o la lavanda, può essere considerata una buona pratica» spiega ancora la dottoressa Marangoni. «Dobbiamo diventare un po’ tutti testimonial di questa battaglia: per questo abbiamo voluto che il visitatore ad un certo punto intraprenda un viaggio multimediale ed emozionale. Deve sentirsi anche lui un’ape che vive in un’alveare.  Solo così infatti potrà riflettere sulle cause che stanno producendo in tutto il mondo una sensibile diminuzione delle api e degli altri insetti impollinatori, il cui ruolo è importantissimo per la conservazione della biodiversità e anche per la sopravvivenza stessa della nostra specie».

L'Ape Agnese, mascotte della mostra e App per i social

E per i testimonial non potevano mancare i social. «Il pubblico sarà guidato dall’Ape Agnese, la mascotte della mostra che, oltre a svelare alcune curiosità sulle api, è la protagonista della app gratuita “AppAgnese”. Oltre ai visitatori della mostra, chiunque potrà scaricarla sul proprio dispositivo mobile e, rispondendo correttamente alle domande, potrà ottenere l’ “Attestato di consapevolezza e impegno”. Completato il gioco-quiz, si potrà condividere l’attestato con i propri contatti social e, in museo, condividere sui social anche un autoscatto con l’Ape Agnese presso il “Selfie point”, con l’hashtag #iostoconlapeagnese».