Che il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, non sia decisamente la persona più credibile quando si parla di impatto dei cambiamenti climatici sul territorio lo testimoniano le accuse rivolte al suo governo dalla Cop26, il vertice sul clima chiuso da poco, di avere responsabilità nella selvaggia deforestazione amazzonica e nell’emissione di gas serra, tramite l’autorizzazione agli allevamenti di bestiame in aree disboscate illegalmente.

D’accordo sul fatto che le iniziative del Governo aggraverebbero ulteriormente le condizioni dei biomi del Brasile, con danni per l’intero ecosistema mondiale, APIB (Brazil’s Indigenous People Articulation), Greenpeace e Survival International. E anche Animal Equality, associazione che monitora il trattamento degli animali negli allevamenti intensivi in Europa e nel mondo, che lo scorso 7 settembre ha lanciato la sua campagna contro la deforestazione illegale in Brasile innescata dalla corsa alla produzione intensiva di carne bovina e di soia.

Una lunga premessa per dire che, davanti al nuovo progetto del Governo dal nome Amacro, una zona di sviluppo sostenibile nel territorio amazzonico dove gli allevatori di bestiame possano tornare a prosperare, ma con un nuovo impegno che escluda la deforestazione, gli ambientalisti si sono detti interdetti e poco fiduciosi delle promesse del presidente. Temendo, invece, che sia un inganno per poter “legalizzare” la deforestazione nella regione.

Il progetto, come spiegato sul Guardian, dovrebbe avere il via definitivo e partire entro la fine dell’anno. La zona Amacro si trova a nord del Brasile ed è una vastissima regione di 465.800 chilometri quadrati. È un acronimo costituito dagli stati che copre, Amazonas, Acre e Rondônia e comprende  il parco nazionale di Mapinguari, la quinta area protetta più grande del Brasile, e il territorio indigeno di Kaxarari, dove la tribù residente ha lottato molto per difendere la propria terra dai taglialegna.

La totale mancanza di fiducia nelle parole del Governo, viene giustificata dai precedenti progetti di sviluppo agricolo realizzati, che null’altro hanno portato se non alla perdita di vasti tratti di vegetazione autoctona in altre parti del Brasile. E poca credibilità hanno i sostenitori di Amacro quando promettono che il progetto invece servirà proprio per prevenire la deforestazione illegale.

Edivan Maciel, l’ex segretario all’agricoltura dello stato di Acri, e alleato di Bolsonaro, ha rassicurato che l’obiettivo sarà, sì produrre più carne bovina, ma su terreni già bonificati, ottimizzando ciò che già c’è. Ma Humberto de Aguiar, un procuratore federale di Acri che si occupa di crimini ambientali, ha replicato negando che l’effetto del piano sarà quello, ma che si tratterà solo di rendere subdolamente «legale la deforestazione già in atto».

Effettivamente, non risulta facile credere alla bontà del progetto, soprattutto se andando a vedere chi ha partorito l’idea, si scopre che si tratta di una figura potentissima dell’agrobusiness amazzonico, Assuero Doca Veronez, proprietario di un ranch e presidente della Federazione dell'agricoltura e del bestiame di Acri, che l’anno scorso ha dichiarato a un sito di notizie brasiliano che «la deforestazione è sinonimo di progresso» e che nel 2006 fu multato per deforestazione illegale. 

L'idea che riportare l'allevamento intensivo in quelle zone, potrebbe ridurre la deforestazione in Amazzonia è contestata anche da alcuni ricercatori, i quali, in un rapporto dell’Università della California nel 2017, hanno osservato che potrebbe, invece, con altissime probabilità, essere vero il contrario.

Ma anche gli scienziati dell’Agenzia di Ricerca agricola brasiliana, tra cui Judson Valentim, affermano che è improbabile che l’intensificazione cambi il sistema responsabile del ritmo vertiginoso della deforestazione.

Infatti, la crescente domanda di carne bovina amazzonica, ha indotto diversi allevatori del posto ad allevare sempre più bestiame per far sopravvivere la loro piccola azienda, unica fonte di sussistenza, portando a un forte aumento della deforestazione illegale. E la paura è proprio questa: se aumenta la pressione dei fornitori, ai piccoli allevatori rimane poca scelta.

Il Guardian riporta la testimonianza di un piccolo allevatore della zona di Amacro, multato di oltre 130mila dollari per aver disboscato illegalmente terreni per il pascolo, che si è difeso dicendo come quella azione fosse l’unica opzione economicamente praticabile per non chiudere. E spiegando che essendo stato inserito nella lista nera dagli enti regolatori, ora non può più vendere il bestiame direttamente ai macelli. Ma solo a un intermediario, che vende ai grandi allevatori.

Ma è un gatto che si morde la coda: infatti, se i grandi allevatori diventano più produttivi, pur senza tagliare la foresta, aumenta anche la pressione sui piccoli produttori di bestiame che per stare al passo e far crescere anche le loro attività, continueranno a distruggere le foreste.

E poco sembra efficace la legge brasiliana in quelle norme che limitano la maggior parte dei proprietari terrieri amazzonici a disboscare più del 20 per cento delle loro proprietà, visto che poi il 94 per cento della deforestazione intrapresa, avviene illegalmente per mancanza totale di controlli.