In vent'anni di vita, Diego ha visto formarsi centinaia di veterinari. Diego era un micione bianco e tigrato vera e propria mascotte dell'ospedale di veterinaria di Milano prima, e del campus del polo veterinario di Lodi dopo. In particolare del reparto di buiatria, dove si studiano le malattie dei bovini.

«Era un gatto di colonia che un mio collega aveva adottato insieme ad altri tre mici quando stavamo a Milano», racconta Federica Pirrone docente di veterinaria alla Statale e membro del comitato scientifico di Kodami. «Era il micio dell'ospedale veterinario, curato e accudito con tanta dedizione – racconta la dottoressa – Nel trasferimento a Lodi, nel nuovo campus in piena campagna, è venuto con noi ovviamente. Era sveglio, dotato di grande capacità di adattamento e un ottimo cacciatore: nonostante avesse sempre a disposizione una buona ciotola di pappa fresca, controllava efficacemente la popolazione di topi e ratti della zona. A beneficio di tutti, compresi gli animali ricoverati, tra cui anche cavalli, vitelli, suini».

Libero e insostituibile come i gatti sanno ben essere: «Si prendeva i suoi spazi, ma sempre con molta discrezione – continua Pirrone – Potevi ritrovarlo steso sul banco di una studentessa intenta a completare il compito del suo esame, come sulla tua scrivania durante una lezione o un congresso internazionale».

Diego, amatissimo, custodiva l'edificio e girava per aule e corridoi con la stessa consapevole autorevolezza di un rettore: «Durante il lockdown, era stato "adottato" dal personale delle guardiole – racconta la veterinaria – l'unico autorizzato a rimanere in sede 24h/h. E proprio a casa di una di queste persone, la signora Rosetta, ha trascorso l'ultimo mese della sua lunga vita, accudito amorevolmente come meritava».

Il micio era una presenza quasi “istituzionale”, un po’ guardiano, un po’ custode, un po’ mascotte, un po’ spirito guida. Per 20 anni ogni mattina alle otto in punto si recava nelle aule dove rimaneva fino a sera; era solito fare il suo ingresso e annunciare la sua presenza con sottile miao, per gli studenti era il portafortuna cui affidarsi prima di un esame e l’amico da ringraziare dopo un buon voto. Si lasciava accarezzare ma mantenendo il suo aplomb, la sua innata fierezza e con la stessa dignità se ne è andato, certi che ora volteggi nel quarto cielo del paradiso dantesco, quello degli spiriti sapienti.