La Regione Sardegna si rimangia la parola data e, auto-sconfessandosi, annulla la legge dell’autunno 2021 che bloccava la pesca di ricci di mare fino al 2024, autorizzando fino al 30 aprile 2023 (entro un massimo di 90 giornate lavorative) «la raccolta, il trasporto e la commercializzazione del riccio di mare e prodotti derivati». Un gravo danno a impatto ambientante ancora incalcolabile ma certamente dirompente considerando che il riccio di mare, diffuso in Sardegna nelle quattro aree marine dell’Asinara, di Tavolara, di Sinis e di Capo Caccia, è in costante diminuzione perché pescato in maniera irresponsabile e minacciato dal surriscaldamento eccessivo del Mediterraneo, effetto del cambiamento climatico ormai definitivamente in atto.

Nella serata del 30 novembre 2022 la maggioranza consiliare ha approvato il disegno di legge n. 360 “Norme per il sostegno e il rilancio dell’economia, disposizioni di carattere istituzionale e variazioni di bilancio”. Proprio tra queste norme, le disposizioni che permettono di superare il blocco che era stato imposto proprio per bloccare la continua diminuzione di ricci registrata nelle acque delle zone interessate.

Questo malgrado il rapporto dell’Agenzia AGRIS del 2019, avesse chiarito senza dubbi come «nella tradizione del consumo dei ricci non esisteva l’uso delle gonadi di riccio (cioè le uova, ndr) conservate per la preparazione di pietanze che invece attualmente rappresentano la principale forma di vendita ed inoltre la stagione di raccolta e relativo consumo fresco avveniva esclusivamente nella stagione invernale». Il rapporto sottolineava anche il pericolo per le popolazioni di ricci di mare di resistere all’impatto umano, con un ricaduta considerevole anche sulle attività dei pescatori di ricci regolarmente autorizzati. «Il Riccio di mare (Paracentrotus lividus) è in via di rapida rarefazione – denuncia Stefano Diliperi del Gruppo d’Intervento Giuridico GRIG attivo in Sardegna – in particolare nei mari sardi a causa del pesante prelievo a fini gastronomici, tant’è che sempre più ristoratori, giustamente, li escludono dai propri menù. Imperversa, poi, il prelievo abusivo e non si contano i sequestri da parte delle Forze dell’ordine e, dalle indagini, emergono anche pericolose forme di associazioni a delinquere e di mercato nero».

La moratoria di tre anni che, di fatto, bloccava la pesca dei ricci di mare era stata sostenuta anche da una raccolta di firme che, nel dicembre 2019, aveva visto ben 7.089 cittadini firmare convinti la petizione popolare promossa dal Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) per chiedere ai Ministri delle risorse agricole e dell’ambiente e all’Assessore regionale dell’agricoltura lo stop alla pesca ma anche monitoraggi marini e provvedimenti di sostegno ai pescatori temporaneamente impossibilitati alla pesca. Sono invece stati proprio loro che – secondo GRIG – «non han visto partire i programmi lavorativi alternativi (coinvolgimento nella ricerca scientifica, raccolta della plastica rinvenuta in mare, ecc.) né sono pervenuti gli indennizzi previsti» a far riaprire la questione con una energica protesta che li ha visti salire sui cornicioni del Consiglio Regionale fino all’ottenimento del blocco della moratoria e alla riapertura della pesca.

Dopo le proteste, la svolta è arrivata nella stessa serata del 30 novembre quando il Consiglio regionale ha riaperto la raccolta dei ricci dal giorno successivo fino al 30 aprile. Una pesca che, quindi, tornerà ad essere massiccia se, come spiega Stefano Deliperi« sono necessari dai 295 ai 1.212 ricci, in base alle dimensioni, per ricavare 1 kg di polpa di riccio» e se i ristoranti continuano ad assecondare le richieste dei turisti meno attenti alle ricadute sull’ecosistema marino sardo. Un’alternativa potrebbero essere gli allevamenti che però, spiega Diliperi, «sono ancora allo stadio sperimentale».