Un gatto nero tra le braccia. E' lo scatto con cui Francesco Guccini annuncia sul suo profilo ufficiale di Facebook il ritorno sulle scene musicali con l'album "Canzoni da intorto". Il desiderio di riprendere a cantare e quello di mostrarsi con un micio sono scelte da parte del maestro di Pavana che non meravigliano chi lo segue da sempre: entrambe sono due delle più grandi passioni di uno dei più grandi esponenti del cantautorato italiano.

"Se a volte urlo la rabbia, poi dimentico e mi perdo nei mondi dentro agli occhi dei miei gatti", cantava Guccini nella mitica "Via Paolo Fabri 43" (Album omonimo, 1976) e chissà che anche questa volta non siano stati i suoi compagni di vita a ispirarlo e supportarlo nel riprendere in mano dei testi non suoi e riarrangiarli alla sua maniera, offrendo un altro contributo a chi da tempo lo segue e aspettava ancora di sentire la sua voce.

Francesco Guccini aveva annunciato dieci anni fa la decisione di non voler più cantare. Ha poi spiegato durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo lavoro che si tratta di cover di brani a lui cari e che la penna, invece, ancora non intende più riprenderla in mano. «Ho scelto le canzoni cantate con gli amici e le amiche a Bologna», sono le parole del cantautore riportate dall'Ansa per un lavoro presentato alla Bocciofila Martesana di Milano, un locale dove ci si incontra per ballare il liscio e non a caso gli arrangiamenti del disco  ne ricordano la ritmica.

Il rapporto di Guccini con gli animali lo abbiamo raccontato su Kodami in occasione del suo compleanno, analizzando alcuni testi in cui sono evidenti i riferimenti al comportamento e all'osservazione delle altre specie viventi che lo hanno ispirato. E in questo album spunta una cover che è davvero un omaggio alla specie a cui lui è più legato: "El me gatt", una canzone del 1963 di Ivan della Mea.

Il testo è una storia spietata, il racconto di una vendetta dopo che una donna ha ucciso il gatto del ragazzo che parla in prima persona:

L'hanno trovato disteso in mezzo agli orti
gli occhi erano rossi e un po' rovesciati
mi piacerebbe sapere chi è quell'ostia che ha aperto la pancia al mio gatto.
Era molto bello, molto simpatico nero e bianco, proprio bellino
se acchiappo a quello che l'ha ammazzato gli rompo a calci il didietro.
Gli amici mi hanno detto “è stata Ninetta quella con la gambetta zoppa l'hanno vista ieri mattina in mezzo agli orti che aspettava il gatto con un coltello”.
È scontrosa, ha una brutta cera ed ha un grande naso svizzero e grosso
a vederla in giro fa proprio pena e tutti i bambini le danno addosso.
Così che l'ho aspettata in via Savona dopo mezzogiorno,
quando lei torna a casa gli sono arrivato alle spalle alla barbona e sulla gamba sana l'ho colpita.
Ho sentito un crac di ossa rotte
è caduta per terra come un fagotto e lei gridava “oh mamma mia”
ho avuto paura, sono scappato via.
Questa sera vado a dormire al riformatorio in via dei Filangieri numero due
mi hanno dato del teddy-boy, del brutto diavolo ma io sono convinto di avere ragione.
Sapete cosa ho da dirvi, brava gente
di Ninetta non me ne frega niente
è la giustizia che mi fa torto
Ninetta è viva, ma il gatto è morto
è la giustizia che mi fa torto
Ninetta è viva, ma il gatto è morto.

Come gli altri brani che Guccini ha scelto per quest'album, i testi descrivono ancora una volta storie di proletariato e anarchia, di realtà sociali che hanno fatto parte del tessuto della nostra società, di spaccati di Italia che pensiamo siano superati e che in realtà ancora sono presenti nel vissuto di chi abita nel "Belpaese". Il titolo della raccolta è stato scelto dalla moglie Raffaella ma l'amore nel senso romantico lascia il tempo che trova perché anche questa volta le scelte di Guccini sono ricadute sui temi a lui più cari, rivendicando il suo vissuto di poeta che è sempre stato «dalla parte dei perdenti».

Tutti elementi che ritornano proprio nella struggente "El me gatt" nella sua versione originaria.