Un film ha colpito al cuore tantissime persone che amano i cani: è andato in onda su Canale 5 e si intitola "Attraverso i miei occhi". E' tratto dal romanzo "L'arte di correre sotto la pioggia" di Garth Stein e la voce narrante è di Enzo, un Golden Retriever che porta il lettore e lo spettatore nella vita della famiglia di Danny, il suo umano di riferimento.

La prospettiva nel romanzo di Stein, per circa dieci mesi nel 2008 tra i libri più venduti della classifica del New York Times, è dal punto di vista del cane. E lo stesso avviene anche nel film e non solo come tecnica di riprese del regista Simon Curtis ma, proprio come accade nel libro, facendo entrare – secondo l'autore – il lettore nella mente di Enzo che descrive ciò che vede e prova.

Il Golden racconta tutto in prima persona, spiega la sua visione del mondo e i sentimenti che lo legano a Danny e poi alla donna che lui sposerà e alla figlia che diventerà "sua sorella". Lungo la vita del cane si dipana così la vita della famiglia, il tutto su un leitmotiv che è la professione di Danny: pilota di auto da corsa, stessa passione che il cane condivide con lui e motivo per cui si chiama così, in onore di Enzo Ferrari.

Non racconteremo molto sulla trama: c'è sempre da "tutelare" chi non ha visto ancora il film o non ha letto il libro e che con tutto l' "hype" che ne è nato sui social all'indomani della messa in onda potrebbe avere voglia di guardarlo. Ma sappiate però che da questo punto in poi è gioco forza che qualcosa dovremo svelare, soprattutto la fine, per dirvi perché a noi invece questo racconto non è piaciuto. 

Ciò che ci spinge infatti a scrivere di questa storia che così tanto ha colpito chi ama i cani è che, in realtà, del cane in quanto tale racconta solo la parte che ci piace vedere nel "miglior amico dell'uomo" da un punto di vista prettamente umano e che in realtà fa anche leva sulla naturale predisposizione della specie verso di noi portandola però agli estremi e non dando un connotato etologico a ciò che spinge Enzo a vedere in Danny il suo Dio. E Stein l'ha fatto in maniera subdola, fino ad arrivare anche all'esasperazione di "far dire" a un cane che il sogno della sua vita, dopo la morte, è di potersi reincarnare in un uomo.

Sono tanti i passaggi nel libro che vengono riportati nel film in cui il cane è non solo buono e fedele per definizione come nel pensiero comune piace immaginare che un cane sia. Ma in questa storia addirittura Enzo non desidera altro che diventare un essere superiore a quello che è: ovvero – per lo scrittore – essere in tutto e per tutto come il suo umano di riferimento.

Spesso Enzo rimpiange di non avere il pollice opponibile e addirittura c'è un momento in cui questa sua riflessione diventa l'elemento più importante in una situazione in realtà tragica per lui e in cui è stato messo proprio da "quegli umani che lo amano tanto". Il cane è stato dimenticato in casa, letteralmente, in un momento drammatico in cui la moglie di Danny ha le prime avvisaglie della malattia che la colpirà. La donna velocemente dice alla figlia di fare la valigia per trasferirsi dai nonni. E Enzo in quel momento non esiste più: la madre vede solo la bambina ma non quello che è un elemento certo del gruppo familiare fino a un secondo prima. Enzo per due giorni sopravvive in casa senza acque né cibo. Lo spettatore, o il lettore, si commuove per lui ma la narrazione procede con il cane che pensa solo a quanto sia dannato nel non poter avere le fattezze umane per superare quel momento e l'apice si raggiunge quando dopo aver sfogato la sua frustrazione sui pupazzi della bambina viene pure sgridato da Danny al rientro a casa.

Ma un cane perdona, si sa, ed ecco che tutto ritorna normale: perché nella nostra visione antropocentrica è normale dimenticarsi il cane tanto quanto è normale per noi pensare che un cane ci perdoni tutto. E in fondo è anche vero: Enzo e la maggior parte degli esseri viventi che appartengono alla sua specie hanno "firmato" questo patto di fiducia con noi esseri umani che ci lega dalla notte dei tempi. Ma la questione qui è che ciò non avviene perché i cani sono "stupidi" ma perché questo modo di rapportarsi a noi fa parte della loro etologia, della loro co evoluzione con gli esseri umani e ci sta anche pensare che un cane di famiglia ci veda come un "Dio" ma non possiamo permetterci di indossare la loro pelle e parlare al posto loro come se non avessero capacità di discernere o come se non fosse, appunto, una scelta stare insieme agli umani e non un quasi meccanico e ossessivo modo di relazionarsi a noi.

"L'arte di correre sotto la pioggia" potrebbe essere tranquillamente definito "la bibbia dei luoghi comuni sui cani". E' l'antitesi di "Io e Marley" in cui invece correttamente il racconto è affidato al lato umano della relazione e la storia racconta la meravigliosa parabola di una vita insieme ad un cane secondo le nostre emozioni, attraversando i momenti di difficoltà e quelli di meravigliosa bellezza di condividere un pezzo di esistenza con un amico a quattrozampe.

Alcuni dei luoghi comuni di cui è infarcito il romanzo di Steirn sono veri e bellissimi, sia chiaro. Ma sono comunque legati a una visione del cane del tutto priva del rispetto di quali davvero possano essere le sue emozioni e le sue cognizioni. 

E arrivare a far pensare alle persone che un cane in realtà voglia essere un uomo è proprio un "peccato originario" che è difficile da perdonare, che fa perdere completamente il concetto di diversità tra noi e loro, fonte in realtà di grandi scoperte da parte nostra quando ci si lascia davvero trasportare nel mondo di un'altra specie. La bellezza di vivere la relazione con un cane è proprio lo scambio continuo che non è solo il prendere da parte nostra ma anche il dare e un cane in realtà riesce proprio a fare l'opposto per certi versi: farti vedere davvero il mondo dalla sua prospettiva e insegnarti che tante cose che a noi sembrano insormontabili in realtà possono essere affrontate con un altro spirito.

Il film, come il romanzo, va così a toccare ancora una volta le corde di una spettacolarizzazione delle emozioni che i cani o gli animali in generale ci stimolano, fino a portarci a quelle lacrime alla fine della storia che quasi quasi ci fanno credere davvero che sia possibile che Enzo ritorni al mondo nelle fattezze di un bambino che da grande vuole fare il pilota d'auto da corsa.