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Kodami Call

L’effetto del cambiamento climatico sugli animali

Il cambiamento climatico ha numerosi effetti sugli animali e fra i più evidenti c'è sicuramente l'effetto sui mammiferi ibernanti. Questi sono costretti ad andare in letargo più in là nel tempo, alterando il loro ciclo biologico e, soprattutto, influenzando la natalità e la mortalità dell'intera popolazione.

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26 Ottobre 2022
18:11
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Spesso per spiegare gli effetti del cambiamento climatico si parla di quanto faccia caldo in mesi in cui, teoricamente, dovrebbe fare più freddo, ma quantificare gli effetti devastanti di questo fenomeno è un compito ben più arduo. Nel corso degli anni i ricercatori di tutto il mondo hanno accumulato molti studi su come gli animali soffrano le nuove condizioni ambientali e alcuni di questi hanno analizzato da vicino sopratutto gli animali ibernanti e che vanno in letargo. Ad oggi gli studiosi hanno descritto che gli animali ibernanti più colpiti sono sopratutto i piccoli mammiferi, hanno evidenziato come temperature più calde favoriscano solo alcune specie a discapito di altre e come il clima più secco impedisca agli ecosistemi di sostenere gli organismi che ospitano al loro interno per la carenza di risorse alimentari.

Dunque, stiamo affrontando l'ennesimo autunno caldissimo: magliette a maniche corte, scarpe aperte e gite in posti soleggiati. Sembrerebbe tutto nella norma, anzi per alcuni è persino un'occasione per prolungare le vacanze estive di un altro mese, ma la situazione è più grave di come appare. I risultati del cambiamento climatico non sono quantificabili semplicemente mettendo la testa fuori la finestra e constatando se è arrivato il momento di indossare una giacca più pesante, c'è bisogno di analizzare a fondo come gli ambienti e gli animali stiano affrontando le nuove condizioni.

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Proprio per questo motivo da diversi anni è possibile trovare in letteratura numerosi studi a riguardo, come una grande review pubblicata quest'anno sulla rivista Ecography dall'università del Colorado che ha analizzato circa 70 studi su come gli animali ibernanti abbiano modificato le proprie abitudini invernali. Nell'articolo gli studiosi evidenziano come il clima negli ultimi decenni si stia spostando verso condizioni più calde e secche, sopratutto ad altitudini e latitudini più elevate, causando l'alterazione di diversi comportamenti di animali ibernanti.

Nella maggior parte dei casi presi in esame, gli scienziati hanno notato come le temperature più calde hanno fatto spostare in avanti il periodo di letargo di diversi mammiferi, ma una stagione più calda porta con se anche un miglioramento del tasso riproduttivo. In parole povere temperature più alte garantiscono cucciolate più grandi, ma il clima secco impedisce agli ecosistemi di produrre abbastanza risorse alimentari da sostenere questa alta natalità. A soffrire di più sono soprattutto i piccoli mammiferi ibernanti degli ecosistemi montani.

Un esempio concreto lo offre uno studio di alcuni scienziati inglesi della School of Ocean Sciences che nel 2020 ha esaminato la sopravvivenza stagionale delle marmotte dal ventre giallo (Marmota flaviventer) delle Montagne Rocciose del Colorado, negli Stati Uniti. Analizzando il numero di piccoli nati in estate e gli individui sopravvissuti ai rigidi inverni, i ricercatori hanno scoperto un andamento allarmante: i piccoli mammiferi tendevano a figliare di più durante la stagione estiva rispetto agli anni precedenti, ma la poca disponibilità di cibo non permetteva la sopravvivenza di tutti i nuovi nati, motivo per cui in inverno si registrava un crollo demografico importante, soprattutto fra i più piccoli.

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A un risultato simile sono giunti anche dei ricercatori francesi della Université de Lyon che in uno studio hanno però analizzato i tassi di sopravvivenza della marmotta delle Alpi (Marmota marmota), animale he riusciamo a vedere solitamente durante le nostre classiche passeggiate estive in montagna e che possono essere riconosciute grazie ai loro potenti "fischi di allarme" anche a chilometri di distanza.

I mammiferi, però, non sono gli unici a presentare le infauste conseguenze di questo evento globale. Fra gli animali più colpiti ci sono anche gli anfibi, organismi che sono riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale come particolarmente sensibili ai cambiamenti ambientali. Per molti di questi animali anche una minima variazione della temperatura può risultare fatale, ma non per tutti. In uno studio del 2016 i ricercatori del Konrad Lorenz Institute of Ethology hanno esaminato gli effetti del cambiamento climatico sullo svernamento del rospo comune (Bufo bufo). Secondo gli studiosi questi rospi non temo nessun cambiamento climatico e inverni più corti ed estati più calde stanno soltanto ottenendo l'effetto contrario.

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Anche in questo caso, però, non è la conseguenza diretta del cambiamento climatico a preoccupare i ricercatori, ma la devastante reazione a catena che ne consegue. A pagare le conseguenze delle variazioni ambientali, infatti, non sono i rospi comuni, ma altre specie con cui condividono gli habitat, come il rospo smeraldino (Bufo viridis) che non solo deve fare i conti con condizioni climatiche sfavorevoli, ma deve anche competere con questi "super-anfibi" resistenti al caldo estremo.

Insomma, gli effetti del cambiamento climatico sono evidenti e presenti non solo nei mammiferi che vanno in letargo, ma in ogni singolo gruppo animale. Dunque, non è solo una questione del caldo che percepisce l’uomo, di magliette leggere e cappotti pesanti indossati in anticipo o in ritardo, il cambiamento climatico è come una palla di neve che rotola in montagna: se inizialmente le conseguenze di questa piccola sfera che sfila veloce non erano così evidenti, ora la sua rapida corsa a valle sta provocando disastri che difficilmente possiamo ignorare.

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